Un tuffo nel mio passato - Trasumanare n° 100
Non è un passato di tulle e carta da zucchero ma torbido, infestato di terrore e voci, labirintico e asfittico. Un luogo tetro che ho abitato per due anni della mia prima età adulta.
Per questa occasione speciale, ho deciso di accompagnarti nel mio passato.
Non è un passato di tulle e carta da zucchero ma torbido, infestato di terrore e voci, labirintico e asfittico. Un luogo tetro che ho abitato per due anni della mia prima età adulta, tra i 22 e i 23 anni, quando, improvvisamente, le giornate si trasformarono in una caccia al tesoro alla ricerca di un filo sottile che mi tenesse appeso e (ancora) vivo.
Era il 2009 e la Lehman Brothers era appena fallita, innescando così una delle peggiori crisi economiche dell’età moderna. Ero tornato da un Erasmus leggendario in Danimarca, ed ero inciampato nella vita di una studente di Lettere Moderne senza prospettive.
Mia madre, profondamente stanca di una vita avara, era tornata a vivere nel suo paesino natio in Calabria, per cercare rifugio e silenzio. Io mi ero trasferito in città, a Torino; uscivo tutte le sere, facevo mattina tutte le mattine. Esageravo, moltissimo. Studiavo, pochissimo.
Dopo i mesi gloriosi e anfitrionici dell’Erasmus, mi ero trasformato in un ragazzino turbato, spaventato, depresso, affacciato su un futuro che era una palude.
Fortunatamente, quel male non l’ho mai voluto anestetizzare con qualche gocciolina, anzi, ci sono voluto passare attraverso con tutto il corpo nudo e tremante. Ho vivisezionato i miei demoni attraverso la scrittura e l’eccesso, per misurare costantemente i limiti della mia sopportazione.
Di quel periodo mi resta poco, se non qualche ricordo sbiadito e degli scritti spettrali. Uno di quei pochi scritti rimasti è quello che ti voglio condividere oggi. Non sarà un testo facile da leggere. È una discesa agli inferi, cruda, a volte straziante, ma vera, umana, aderente alla mia pelle quanto l’acqua salata su una ferita fresca. Non l’ho mai condiviso prima, con nessuno.
Alla fine, c’è anche un messaggio per te. Prego, entra pure.
Mi ritrovo a vedere. Uno schermo davanti a me. Se muovo gli occhi le cose cambiano.
Bottiglie vuote, una canotta bianca penzola dal divano, qualche sigaretta buttata in terra, alcuni mozziconi si tuffano in un grosso posacenere, un computer ancora acceso, riesco a vedere un flebile led blu che lampeggia e a sentire il suo ronzio diligente malgrado un sibilo acuto nelle orecchie, della birra stesa sul dorso del comodino, altra birra stagnante in un bicchiere.
Quindi sono di qua, penso. Sto di nuovo vivendo. Uno sbadiglio affamato di aria mi costringe ad assaporare ripugnante l’etere morente che mi circonda, in una smorfia mi stropiccio le guance segnate dalle pieghe delle lenzuola madide. Mi tolgo la nebbia dagli occhi sbarrati che fissano il vuoto. Ho già nostalgia del sogno, dove per fortuna non ho ancora scoperto il modo per chiedermi se sono felice o no. Ma di qua è troppo facile, quella domanda mi assilla, e dannazione, viaggia più velocemente di qualsiasi altra, e resto fermo. Il taccuino nero è sempre lì, con le sue pagine stanche di trattenere tanta rabbia e delusione, giace sconsolato come un cane in una canile. Scrivo: «Mi aggrappo ai sogni per un morso di felicità. Ridevo scherzavo cantavo amavo ballavo. Al risveglio la realtà mi guarda con occhi minacciosi. Spaventato e tremante prendo la penna e incido pavidi sentimenti su questo vergine foglio. I bicchieri e i fondi delle bottiglie disordinate sul tavolo non mi aggradano più, e la musica ha ormai smesso d’essermi musa.»
Protegge di più la musica o la carne?
Sono ancora sdraiato a pancia in giù, chiudo gli occhi, apro gli occhi. Mi sudano i piedi, ho caldo e continuo a strofinare una gamba sull’altra, annodando le dita dei piedi come radici estirpate. Sento una grata conficcata in gola che centellina l’aria disponibile per i miei polmoni. Sono perennemente alla ricerca di un angusta strettoia per far entrare clandestinamente più ossigeno dentro di me.
Devo ammettere che se siamo davvero bravi, la vita può diventare maledettamente complicata. Uno scatto repentino e sono girato pancia in su, finché non decido di alzarmi, immobile, Flegiàs. Che cosa sono quelli come me? In fondo sono depresso, se non pazzo. Condannato dal mio senno all’io sono, al qui e ora maledetto, non mi trovo più, non c’è posto per il se potessi, non per un’ora di sana incoscienza. Solo lucidità estrema nella ricerca di me stesso in un posto che non conosco più ho perso me stesso la lucidità di aver perso me stesso che ha perso la lucidità.
Faccio un po’ di passi incerti spazzando della polvere sul pavimento, e per un attimo provo l’ebrezza del camminatore sui carboni ardenti. Cerco, con forza, di proiettarmi davanti una giornata che non abbia il volto di Atropo. Ma è sempre lo stesso tram, lo stesso zaino pieno degli stessi libri. “Sono uno studente”, rispondo quando mi chiedono cosa faccio nella vita. Ed è - studente - la casella che sbarro nei moduli da compilare sotto la voce Occupazione. Quei libri sono diventati la mia identità, l’etichetta che mi appiccico in fronte ogni volta che gioco al Post-It Challenge della vita. Quei libri sono la mia corazza, il mio ruolo in questa recita. O forse non sono altro che carta? Non mi difenderanno ancora per molto.
Mi sono già perso, e la mia giornata? Cos’è che potrei desiderare? Insomma che cosa diavolo mi ci vuole, per dio, per smetterla con questa merda? Il frastuono del mio cuore si fa assordante, calmati ti prego, se sei agitato tu, mi agito anche io. Lo sono già, agitato. Sono ancora sempre qui. La melanconia mi ha privato di emozioni, di pulsioni, di passioni, e anche delle commissioni! Non ho niente da fare e ho paura di uscire di casa; più mi allontano, più sarà difficile tornare, più tempo da passare là fuori.
Laggiù, fuori è una giostra. Ho le vertigini.
Vado in bagno.
Seduto, con la testa tra le mani, i gomiti sulle ginocchia e i piedi sulle punte, in una posizione quasi fetale, sul gabinetto freddo.
Attimi scorrono. Mi guardo allo specchio. Se ora iniziassi a sorridere potrei tranquillamente essere una persona felice per lo specchio. Chissà invece lo specchio come sta. Avrà anche lui le sue giornate no, quale mondo può conoscere a vivere sempre qui dentro, con me? Sempre a riflettere uno che spera di dormire per la paura di vivere, che cerca chissà quale appagamento nell’essere sempre più magro. Non oserei abbracciare mai quella persona che vedo di fronte a me. Nelle sue sopracciglia incurvate noto il sospetto, in quelle labbra asciutte la rabbia repressa, in quei baffetti pettinati il desiderio di indossare una maschera, in quei pugni chiusi la distanza da una carezza.
Vorrei tuffare la testa nelle piastrelle del bagno, potrei perdere del sangue, potrei sentire del dolore, potrei sentirmi vivo. Invece resto fermo.
Si, andrò a lavare i piatti. Laverò i piatti perché sono da lavare. Ieri sera li ho lasciati da lavare, ma oggi prima di uscire li lavo, anche perché comunque sono una persona pulita e non mi piace l’idea di avere i piatti sporchi non lavati. Se uno li lavasse sempre volta per volta farebbe meno fatica e li avrebbe sempre tutti puliti, invece per pigrizia li si lascia da fare, e quando li si pulisce è sempre una fatica.
Torino, giugno 2009
Ho dormito, per non morire, buttando i miei miti di carta su cieli di schizofrenia.
No U Turn, Franco Battiato
Questo pezzo è dedicato a chi sente la sveglia che urla come uno sciame di api, a chi vuole nascondersi sotto il piumone mentre la vita attacca con violenza. A chi trattiene il respiro per non sgonfiarsi sul pavimento, a chi ha trovato la propria anima stropicciata sul marciapiede perché di notte il vento l’ha strappata dallo stendino.
Voglio dirti: c’è ancora così tanto che ti aspetta.
Anche quando la tua mente dimentica come desiderare, puoi ancora sentire il tamburo del tuo cuore. Quel battito vuole dirti che sei ancora in tempo. Forse il dolore continuerà ad accompagnarti per un po’, perché i fantasmi sono difficili da sfrattare, ma lascia che quel dolore arrivi e fallo riposare. Nel frattempo, preparati un thè, apri la finestra e scopri che c’è un mondo pronto ad accoglierti.
Ci sono gli uccelli che spettegolano nel vento e la luna grande come un lampione che chiede di entrare nella tua stanza. Ci sono libri che ti faranno versare lacrime calde, c’è una montagna alta e verde che è felice di alzarti al cielo come una corona, c’è una felpa dimenticata di proposito che ha incollato il profumo del suo primo bacio. C’è la pizza fatta in casa. C’è il tramonto che cambia abito ogni sera e non ti chiede mai di applaudire.
Sedici anni fa me n’ero dimenticato anche io. Ma guardami, oggi non diresti mai di avermi visto annaspare in tutta quella cenere di giorni sbriciolati. La vita trova sempre un balsamo rigenerante in offerta, anche quando la speranza non le lascia che pochi spiccioli racimolati dal rimorso.
A te che stai lottando, a te che hai finalmente smesso di lottare, buon trasumanare 🥂
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