Come liberarsi dal proprio destino
Un'indagine filosofica su libertà, volontà, inconscio e karma.
Ho iniziato a scrivere questo pezzo da una semplice suggestione. Una frase attribuita a Jung, che come spesso accade non ha mai pronunciato, ma riassume efficacemente il suo pensiero:
Finché non renderai conscio l’inconscio, esso dirigerà la tua vita e tu lo chiamerai destino.
Durante le sessioni di meditazione del percorso breatheam, non è raro che emergano in superficie pattern e schemi cognitivi dei miei studenti. Ci si accorge, con la delicatezza di una secchiata d’acqua in faccia, che gran parte della nostra vita è guidata da forze inconsce che operano senza essere captate dai radar della coscienza razionale.
L’inconscio di cui parla Jung è il regno delle forze che ci muovono dall’interno senza che ne siamo consapevoli: archetipi antichi, traumi mai elaborati, pattern relazionali ereditati come geni invisibili. Quando queste forze operano nell’ombra, le nostre scelte cessano di esserlo e diventano automatismi, ripetizioni. La vita diventa un copione scritto da una mano che non riconosciamo come nostra.
Io non ne sono di certo immune, e quindi mi sorgono spontanee alcune domande: quanto sono davvero libero? La libertà è un’illusione che mi consola, o una conquista possibile attraverso la conoscenza di sé?
Ho provato a darmi delle risposte, che fossero bastone e carota, attingendo dallo studio degli autori che mi hanno tenuto compagnia negli ultimi mesi: Jung, Spinoza, Sartre, Buddha. Che indie-pop band pazzesca; iniziamo questo concerto!
Spinoza e la libertà nella necessità
Baruch Spinoza mi risponderebbe con un rigore spietato, guardandomi dritto negli occhi: Sei libero nella misura in cui comprendi la necessità che ti determina.
Nell’Etica, egli distingue tra l’uomo schiavo delle passioni (diretto dall’inconscio, direbbe Jung) e l’uomo guidato dalla ragione. Il primo è come una foglia trasportata dal vento, convinto (illusoriamente) di scegliere la propria direzione; il secondo comprende il vento, ne conosce le leggi, e in questa comprensione trova il suo (minuscolo, ma reale) margine di libertà.
Pensa a chi vive relazioni che seguono sempre lo stesso copione: infatuazione iniziale, incendio emotivo, poi la sensazione di soffocare, infine la fuga. Ogni storia viene raccontata come se fosse stato il destino a orchestrare il fallimento. Ma quando si porta attenzione alle origini - un genitore amorevole ma invasivo, l’impossibilità infantile di avere confini rispettati, la fuga come unico modo di preservare un senso di sé - emerge un nesso nascosto. Quel pattern, mai portato a coscienza, si replica in ogni relazione intima dell’età adulta. Non si sceglie di fuggire: è la necessità inconscia a dirigere i passi.
Una prima illuminazione: Gli uomini si credono liberi per la sola ragione che sono consci delle loro azioni e inconsci delle cause da cui sono determinati.
Fermati un secondo, e rileggilo.
La libertà inizia quando comprendiamo il nesso causale, quando la catena di cause smette di essere invisibile. Questa comprensione non elimina il pattern istantaneamente (la necessità psichica ha una sua inerzia, una forza gravitazionale difficile da contrastare) ma apre uno spazio di manovra.
Quindi Spinoza non oppone libertà e determinismo, ma identifica la libertà con la comprensione del determinismo stesso. L’essere umano non può sottrarsi alla catena delle cause, ma può passare da una causa inadeguata (agito come una marionetta) a una causa adeguata (agente nella conoscenza). È una libertà “all’interno” della necessità, non “contro” di essa.
Sartre e l’angoscia della scelta
Jean-Paul Sartre, con il suo sguardo che sottintende il bivio, mi metterebbe di fronte a una tesi opposta e vertiginosa: Sei condannato a essere libero. Non c’è essenza che preceda l’esistenza, non c’è natura umana che ti determina. Sei gettato nel mondo e costretto a scegliere, istante dopo istante, chi vuoi essere.
Pure l’inconscio, per Sartre, non è una scusa valida. La cosiddetta “rimozione” è in realtà un atto di malafede (mauvaise foi, la chiama lui): un modo di fuggire dalla responsabilità di riconoscere ciò che già sappiamo di noi stessi. L’inconscio freudiano diventa un alibi metafisico.
Tuttavia, questa libertà assoluta non è liberatoria, ma angosciante, ça va sans dire! Pensa a chi lavora da anni in un ambiente soffocante, alienante, ma quando gli si chiede perché non voglia cambiare, risponde con una litania di impossibilità: le responsabilità economiche, il mercato difficile, il momento sbagliato, l’incertezza. Sartre direbbe: questa è malafede nella sua forma più cristallina. Non è che “non può” andarsene: è che si sceglie di non andarsene, ma non si vuole riconoscere questa scelta come propria.
Quando finalmente si porta a coscienza questa dinamica, si sperimenta ciò che Sartre chiama angoscia (evviva!): ovvero la vertigine di fronte al proprio potere di scelta. Non ci sono più scuse valide, non c’è più un copione scritto da altri. C’è solo la domanda nuda, cruda: chi voglio essere?
In pratica, sia Jung che Sartre riconoscono che viviamo abitualmente in uno stato di inconsapevolezza. Però, Jung lo chiama “identificazione con l’inconscio”, Sartre “malafede”. E soprattutto, entrambi vedono la presa di coscienza come momento cruciale, come soglia che separa la vita vissuta in automatico dalla vita autenticamente scelta.
Il Buddha e la consapevolezza incarnata
Siddhartha Gautama, chiamato anche Buddha perché illuminato, che poi è il vecchio lupo saggio della nostra banda di pensatori compulsivi, offre una sintesi sorprendente delle prospettive appena esplorate, in grado, forse, di svoltarci la giornata l’esistenza.
Siamo tutti d’accordo che il termine karma sia vittima di abusi e fraintendimenti continui (almeno qui in Occidente). Spesso considerato come “giustizia cosmica automatica” è in realtà molto più vicino al pattern di azioni e reazioni, condizionamenti e abitudini mentali, che si perpetua finché non viene portato alla luce della consapevolezza (qui siamo dalle parti di Jung).
Il Buddha aveva capito, sorprendentemente in fretta (visto che ha vissuto 500 anni prima di Cristo) che l’essere umano vive in uno stato di avidya, “ignoranza” esistenziale.
Secondo lui, non vediamo le cose come sono, ma attraverso il filtro dei nostri desideri e delle nostre paure. E questo filtro, Maya, crea Samsara, il ciclo di sofferenza che si perpetua all’infinito.
Dunque “rinascita” in senso buddista non va intesa letteralmente come reincarnazione, ma piuttosto come la ripetizione di un pattern automatico, che ci fa “rinascere” nella stessa identica prigione psichica. Ogni volta che reagiamo con rabbia automatica alla critica, “rinasciamo” nell’identità ferita. Il karma è la forza che perpetua questa ripetizione infinita.
Come interrompere questa catena di infinite rinascite? La via buddista è la via della presenza consapevole: stare con ciò che è, momento per momento, senza fuggire e senza attaccarsi. È un’attenzione nuda, non giudicante, che osserva il sorgere e il dissolversi dei fenomeni mentali senza identificarsi con essi.
Quando si impara a stare con l’ansia, la paura, la rabbia o l’inadeguatezza (a sentirle concretamente dentro il corpo, a osservarle senza reazione come di fronte al flusso delle onde del mare) qualcosa di sottile inizia a cambiare. Non è che l’ansia, la paura, la rabbia o l’inadeguatezza spariscano magicamente, ma perdono gradualmente il potere assoluto di dirigere la nostra vita.
Lo spazio tra stimolo e risposta, quello spazio minuscolo ma infinitamente prezioso, si dilata. E in quello spazio nasce la possibilità della libertà.
Il Buddismo integra (a dire il vero, prima ancora che fossero partorite) le intuizioni filosofiche in una visione sfacciatamente pragmatica.
Come Spinoza, riconosce il determinismo: il karma come catena causale. Come Sartre, afferma la responsabilità: siamo noi a decidere se perpetuare o spezzare i pattern. Come Jung identifica un motore nascosto delle nostre azioni; il desiderio dell’ego.
Però aggiunge qualcosa di cruciale: la liberazione avviene attraverso la consapevolezza incarnata, non solo intellettuale. Non basta sapere di essere condizionati ma bisogna sentirlo nel corpo, osservarlo nei pensieri, riconoscerlo nelle emozioni, momento dopo momento.
Come faccio notare spesso ai miei studenti attraverso una metafora: la libertà non è un punto di arrivo definitivo ma una pratica continua, è l’arte di stare nella realtà che si affina con gli anni.
Diventare liberi, finalmente
A volte mi immagino questi quattro mattacchioni che mi sussurrano cose all’orecchio:
Guarda nell’ombra, mi consiglia Jung che mi sussurra nell’orecchio. Porta luce dove c’è oscurità, perché ciò che non conosci ti possiede.
Conosci te stesso, ribadisce Spinoza riecheggiando l’antico precetto delfico. Comprendi i meccanismi sottili che ti muovono. Non puoi liberarti da una prigione di cui ignori l’esistenza.
Assumiti le tue responsabilità, ammonisce Sartre. Smetti di chiamare “destino” ciò che è scelta. Riappropriati del tuo potere, anche se significa portare sulle spalle il peso della libertà.
Coltiva la presenza, dice il Buddha. La libertà risiede nell’istante presente pienamente abitato, nello spazio sottile tra stimolo e risposta.
La contraddizione tra destino e libertà non si può risolvere con l’intelletto, ma attraverso una tensione esistenziale da abitare con pazienza, responsabilità e presenza.
Siamo determinati dalle forze inconsce che ci precedono (traumi, condizionamenti, archetipi), eppure siamo liberi nel margine sottile della scelta consapevole.
Il destino non si evita perché non possiamo saltare fuori dalla catena delle cause. Ma possiamo trasformarlo dall’essere un’onda che ci travolge a una che sappiamo surfare, dall’essere un burattinaio invisibile a un compagno di viaggio, riconosciuto e accettato.
Per cui invito anche te a porti queste domande. Prendi carta e penna, adesso:
Quale forza inconscia sta dirigendo la mia vita in questo momento?
E cosa succederebbe se, invece di chiamarla destino, la chiamassi con il suo vero nome?
Adesso, mentre il respiro entra ed esce dal tuo torace, quale atto di malafede stai scegliendo di compiere?
Rispondere a queste domande, da soli, può fare un po’ di vertigine (per dirla alla Sartre). La forza di gravità dei nostri automatismi è potente e, spesso, per iniziare a dilatare quel prezioso spazio tra stimolo e risposta serve un ambiente dedicato, un metodo e qualcuno che ti accompagni.
È esattamente questo il cuore del percorso Breatheam: unire la presenza consapevole alla comprensione dei nostri schemi invisibili.
Se senti che è il momento di smettere di chiamare “destino” il tuo copione e vuoi iniziare ad allenare la tua libertà di scelta nella pratica quotidiana, ti invito a fare due chiacchiere con me.
Sarà un momento per noi, per capire insieme come cominciare a surfare quell’onda, anziché lasciarsi travolgere.
Metti un like ❤️ fai un restack e condividi questo progetto, mi è di grande aiuto :)
Dall’archivio di Trasumanare
Dieci lezioni che ti cambiano la vita
Più cresco, più maturo, più mi accorgo che non esistono scorciatoie per la consapevolezza. Il lavoro su se stessi o se stesse richiede tanto tempo. Non ci sono vie di scampo, non ci sono pilloline ma…








Esattamente 🤍