Io e te siamo la stessa cosa
Alla fine della lettura, l’affermazione qui sopra non ti sembrerà più così assurda. Anzi, sarà l’unica spiegazione plausibile.
Jung, questa cosa che mi è appena successa, l’ha chiamata sincronicità.
La scorsa settimana stavo finendo di leggere Sull’eguaglianza di tutte le cose di Carlo Rovelli. Eguaglianza, non uguaglianza; dopo ci arriviamo.
E dato che stavo trascorrendo una settimana di ritiro in meditazione, al mio maestro è venuto in mente di farmi conoscere un individuo particolare.
Dapprima mi ha mostrato una foto con la cornice rotta, in cui appariva il ritratto di un uomo schivo e dagli occhi penetranti. Poi mi ha parlato di un libro il cui autore era proprio quell’uomo nel ritratto.
Il libro si intitola Io sono quello e l’uomo schivo si chiamava Sri Nisargadatta Maharaj.
Non ho saputo trattenermi, sono corso a scaricarne il formato digitale, e la sera stessa ho iniziato la lettura. Fin dalle prime pagine, mi sono esplose le sinapsi in tempestosi parallelismi vertiginosi con il libro di Rovelli che avevo quasi concluso.
Quei due testi, all’apparenza così distanti e inconciliabili, mi stavano parlando della stessa, identica realtà: io e te siamo la stessa cosa. Al termine dell’articolo non ti sembrerà così assurda . Anzi, sarà l’unica spiegazione plausibile.
Prima di andare avanti, ti devo la promessa fatta in apertura. Perché “eguaglianza” e non “uguaglianza”? Dietro quella scelta lessicale di Rovelli, a mio avviso, si nasconde qualcosa di più preciso di un vezzo stilistico o di un’eco arcaica lasciata lì per profumo letterario. Le due forme condividono la stessa radice, ma nell’uso hanno preso sentieri diversi. “Uguaglianza” identifica l’uguale come identico. “Eguaglianza” indica invece quel diritto per cui due cittadini, diversissimi per storia, corpo, carattere, stanno però di fronte alla legge con lo stesso identico peso.
Ecco la scommessa di questo saggio: quando affermo che io e te siamo la stessa cosa, intendo che condividiamo lo stesso diritto di esistere, che siamo radicati nella medesima trama di relazioni, senza gerarchie e senza fondamenti a fare da garante l’uno per l’altro. Non siamo cloni usciti dalla stessa fotocopiatrice, ma manifestazioni diverse e temporali di un’unica e inseparabile realtà che ci contiene.
La mente razionale, tutto questo, finge di non saperlo perché il suo mestiere, dopotutto, è un altro.
Nisargadatta dice molto semplicemente che la mente ordinaria è costruita per dividere e contrapporre. E Rovelli parla la stessa la stessa lingua quando spiega che il mondo dell’infinitamente piccolo sfugge alle nostre comode categorie mentali, rifiutando categoricamente l’esistenza di oggetti autonomi. Nessuna entità, dalla più remota galassia all’atomo di carbonio sulla punta del nostro naso, possiede attributi intrinseci a prescindere dal resto del cosmo. Un elettrone prende forma, assume una posizione o una velocità, esclusivamente nell’istante in cui incrocia lo sguardo di un altro sistema fisico. Fuori da quell’incontro fatale, le sue caratteristiche sfumano in una nebulosa di pura probabilità.
Secondo la fisica dei quanti, racconta Rovelli, le proprietà di una particella si manifestano solo nell’incontro con qualcos’altro, in quell’istante di scambio che chiamiamo interazione. Il mondo dovrebbe quindi somigliare meno a uno scaffale di oggetti fermi e più a un valzer ininterrotto di rapporti, dove ogni passo esiste solo perché un altro passo gli risponde.
“La fisica quantistica ci chiede di abbandonare una venerabile struttura di pensiero che ha sostenuto a lungo la nostra intera visione del mondo: l’idea che il mondo possa essere pensato come composto da cose che hanno sempre proprietà proprie, indipendentemente da altro.” Carlo Rovelli - Sull’eguaglianza di tutte le cose
Nisargadatta arriva alla stessa scena da un’altra porta, quella della coscienza: la persona che credi di essere, con nome, biografia, ferite, è cucita insieme da abitudini e frammenti di memoria ripetuti tanto spesso da sembrare solidi. Gratta quella superficie e trovi solo movimento. Per questo può scrivere, col menefreghismo di chi ha smesso di dover convincere qualcuno, che tutto è uno in essenza, e collegato nell’apparenza.
Anche lo scorrere del tempo, che ci sembra scorrere placido come un ruscello di montagna, si rivela un’invenzione di comodo. Non esiste, spiega Rovelli, un presente condiviso dall’universo intero: due orologi lontani non concordano mai perfettamente, e più si allontanano più la loro intesa si sfalda. Lo spazio-tempo, alla scala più profonda, non somiglia al palcoscenico rigido su cui Newton immaginava muoversi i pianeti, ma a una trama granulare e tremolante, fatta di relazioni che nascono e si dissolvono in continuazione.
Ebbene, senza essere un fisico quantistico, Nisargadatta risponde a una domanda del suo interlocutore così:
“C’è la persona e c’è il testimone, l’osservatore. Quando li vedi come un’unità e vai oltre, sei nel Supremo. Non puoi percepirlo, perché esso è ciò che rende possibile la percezione. È al di là dell’essere e del non-essere. Non è né lo specchio né l’immagine riflessa. È ciò che è: la realtà senza tempo, adamantina e saldissima. C’è la persona e c’è il testimone, l’osservatore. Quando li vedi come un’unità e vai oltre, sei nel Supremo. Non puoi percepirlo, perché esso è ciò che rende possibile la percezione. È al di là dell’essere e del non-essere. Non è né lo specchio né l’immagine riflessa.” È ciò che è: la realtà senza tempo, adamantina e saldissima. Sri Nisargadatta Maharaj - Io sono quello
In pratica, quello che chiamiamo tempo, insieme allo spazio e ai nessi di causa ed effetto, resta uno strumento della mente, utile a proteggere il corpo e l’ego, a orientarli, a tenerlo vivi, ma privo di qualunque presa sul tessuto ultimo delle cose.
Chi si stabilizza oltre quella produzione mentale scopre di essere lo sfondo immutabile su cui ogni cambiamento accade, senza mai venirne toccato. È esattamente quello che si cerca di raggiungere durante la meditazione profonda.
C’è un altro esempio particolarmente azzeccato nel saggio di Rovelli: l’Amico di Wigner. Immagina un fisico chiuso in una stanza che misura una particella e ottiene un risultato preciso. Per lui l’evento è indubbiamente accaduto. Ma per un suo amico rimasto fuori dalla porta, finché non entra e guarda con i suoi occhi, quel fisico e la sua misura restano sospesi in una nuvola di possibilità non ancora decise. Sei d’accordo, che il mondo possa essere descritto sempre e solo dal di dentro?
Non esiste un balcone esterno da cui affacciarsi sull’universo per raccontarlo così com’è, in assoluto, senza che nessuno guardi. Chi racconta è sempre, inevitabilmente, dentro il film in cui sta già recitando.
Descriviamo sempre il mondo da una prospettiva, la nostra. Possiamo anche chiederci come appaiamo noi dalla prospettiva di un altro. Niente di più facile: basta chiederglielo. Ma non ha senso chiedersi cosa sia il mondo indipendentemente da ogni prospettiva. Chiedersi come sia il mondo indipendentemente da ogni prospettiva è una domanda oziosa. Non ci insegna nulla di utile sul mondo, dato che noi siamo una prospettiva. Carlo Rovelli - Sull’eguaglianza di tutte le cose
C’è un momento particolarissimo in cui queste architetture concettuali smettono di ronzare nella testa e si fanno carne, ritmo ed esperienza viva. A me, succede quando scendo nel profondo della meditazione. Quando mi siedo sul cuscino e lascio il respiro diventare l’unico metronomo superstite dell’esistenza, la mente cerca disperatamente un appiglio per non svanire nel vuoto. Allora, utilizzo questo mantra per sequestrare ogni appiglio alla mente razionale, che è anche lo stesso che consegno ai miei studenti di Breatheam: So Ham.
A proposito di sincronicità, so ham, in sanscrito, ha lo stesso significato del titolo del libro di Nisargadatta: io sono quello.
Lo uso come un bisturi, utile ad assottigliare, respiro dopo respiro, la distanza tra l’osservatore (me stesso) e l’oggetto “osservato” della mia meditazione.
Io sono quello, io sono quello, io sono quello…
Quando la distanza si riduce abbastanza, capisco per intuizione e non per deduzione logica, che osservatore e osservato non sono entità distinte. Nisargadatta l’ha detto molto meglio di me: sei smarrito perché credi di essere nel mondo, e non che il mondo sia in te.
Ecco spiegato il principio fondamentale dell’Advaita Vedanta: la non-dualità.
Ok, ma quindi? Cosa farsene di tutta questa nuova consapevolezza?
Come ripeto spesso, non esistono scorciatoie nella via verso la comprensione della realtà. E non si tratta nemmeno di accumulare certezze, teorie, immagini consolanti su chi sei. Si tratta di scartare, uno alla volta, tutti i travestimenti provvisori con cui ti sei presentata finora al mondo: il corpo, il ruolo sociale, la storia personale, persino i pensieri più cari. Quello che resta dopo aver tolto tutto assomiglia a un vuoto capace di sorprenderti con un potenziale che non ha ancora scelto una forma.
Finché non riconosci che la personalità è solo un’abitudine costruita sul ricordo e alimentata dal desiderio, crederai di essere una persona, soggetta a vivere, morire, sentire, pensare, agire, subire, godere e soffrire. Interrogati: “È così?”, “Io chi sono?”, “Che cosa c’è dietro e al di là di tutto questo?”. E presto vedrai l’errore. E un errore, appena è scoperto, scompare. Sri Nisargadatta Maharaj - Io sono quello
Bisogna anche evitare il rischio di restare incantati dall’idea, ammirarla come si ammira un teorema elegante alla lavagna, senza lasciare che cambi una virgola della tua vita quotidiana. Capire con la testa che sei relazione pura non basta a farti sentire meno sola alle tre di notte. Serve un secondo movimento, e Nisargadatta indica una possibile via: la mente crea l’abisso, il cuore lo valica.
La trovo così poetica, e credo che me la porterò addosso come una sciarpa nelle giornate fredde. Se la mente, per fare il suo mestiere, deve tagliare il mondo a fette (io, te, oggi, domani, dentro, fuori), è il cuore a ricucire lo strappo, attraverso continui gesti di riconoscimento: rispecchiandosi nell’altro (un altro inteso come qualsiasi altra cosa “fuori” da te) con la stessa immediatezza con cui sentiamo il dolore di un dito appena schiacciato.
Io e te siamo la stessa cosa. È arrivato il momento di tornare alla frase che probabilmente ti aveva fatto alzare un sopracciglio leggendo il titolo di questo articolo.
Prendila per quello che rappresenta, ovvero una descrizione tecnica della realtà, rigorosa quanto un’equazione di campo, e non come un suggestivo effetto retorico per chiosare un articolo con qualche ricciolo barocco. Le proprietà che credi tue esistono solo nell’incontro con me. Il tempo che ci separa resta un’abitudine della mente, utile come un bastone da passeggio ma priva di qualunque autorità sulla struttura ultima delle cose. E l’osservatore che stai usando in questo momento per leggere queste righe, quello che ti sembra così saldamente rinchiuso dentro la tua testa, ha un confine molto più poroso di quanto tu creda.
Quando Nisargadatta diceva ai suoi visitatori che il testimone e l’universo si specchiano l’uno nell’altro come orizzonti che si contengono, offriva qualcosa di più solido di una semplice consolazione per la solitudine, arrivando a sfociare nella descrizione, fatta con gli strumenti della sua tradizione, di esattamente ciò che la fisica relazionale racconta con equazioni e diagrammi. Nessuno di noi due, io che scrivo e tu che leggi, esiste come un’isola. Esistiamo come due mulinelli nello stesso fiume, riconoscibili per un istante dalla nostra forma, fatti però della stessa, identica corrente.
, ti do un compito da fare per tradurre tutta questa teoria in una pratica tangibile. La prossima volta che ti siedi in silenzio, magari proprio stasera, prova a portare con te il mantra So Ham.
So: durante l’inspirazione
Ham: durante l’espirazione
Lascialo scivolare dolcemente all’interno del tuo respiro naturale. Mentre l’aria entra ed esce, osserva con curiosità come il senso di essere un individuo isolato inizi gradualmente a sfilacciarsi, e la fortezza di pensieri e preoccupazioni perda spessore.
Quando riapri gli occhi, porta la stessa qualità di attenzione nel mondo fisico. Guarda chi o cosa ti sta di fronte e prova a riconoscerlo per davvero. Cerca di scorgere in quello sguardo il medesimo principio di consapevolezza che sta animando il tuo. Quell’essere vivente condivide la tua stessa sostanza, il tuo stesso respiro e, per usare le parole di Rovelli, il tuo stesso inalienabile diritto di esistere.
Quale modo migliore di sconfiggere il razzismo, l’arroganza identitaria, le gerarchie di potere e l’ossessione per i confini, se ognuno arrivasse alla comprensione che siamo tutti e tutte le stessa cosa? Sarebbero tutti condizionamenti estirpati dalla radice.
Se avverti il desiderio di trasformare simili intuizioni in un’esperienza quotidiana strutturata, possiamo fare un pezzo di strada insieme. Ti invito a prenotare un colloquio gratuito con me. Sarà un buon momento per conoscerci, capire a che punto ti trovi e scoprire in che modo il percorso Breatheam possa accompagnarti nella tua personale opera di scavo.
Ti è piaciuto questo post? Sarei felice se lo condividessi con chi lo amerebbe quanto te ❤️






