La trappola della "superiorità"
Più evolviamo, più rischiamo di allontanarci dagli altri. Un saggio su bias cognitivi, filosofia, zen e su come crescere autenticamente senza sentirsi "superiori".
Qualche giorno ero in cerca d’ispirazione e ho mandato un messaggio nella chat di Substack, chiedendo suggerimenti su nuovi argomenti da trattare nelle prossime uscite. Tra le molto richieste pervenute (grazie davvero a tutte e tutti 💛) ne sono arrivate due vicinissime ma speculari. Le riporto integralmente, perché meritano di essere lette senza filtri.
La prima è di Mari:
“Un argomento: sentirsi diversi, anche superiori alla gente comune, non per spocchia ma per una serie di esperienze e di scelta di vita che ci hanno elevato. Questo è un sentire che mi appartiene, per la vita che sto facendo: attivismo sociale, un viaggio a New York con partecipazione a una conferenza ONU. È una sensazione bella e potente che ha aiutato la crescita, anzi la lievitazione della mia autostima, ma che mi fa sentire diversa, lontana dalla gente comune, e di ciò mi dispiaccio.”
La seconda è di Stefano:
“Mi sembra che stiamo tutti diventando incapaci di convivere con differenze e limiti altrui senza trasformarli in una gerarchia umana. Mi piacerebbe leggere un articolo che riporti un po’ il focus sul piacere di ascoltare e accettare le diversità, invece di vivere ogni differenza come qualcosa che debba necessariamente dividerci o renderci ‘superiori’ agli altri.”
Due richieste che sembrano fare a pugni tra loro. Una che parte dall’interno, dal vissuto personale, dalla sincerità di chi nomina qualcosa di scomodo ma reale. L’altra che guarda verso l’esterno, verso un pattern collettivo che si sta allargando come una frana in un terreno culturale arido. Eppure, più le rileggo, più mi sembrano due facce della stessa domanda: cosa facciamo con la distanza che cresce tra noi e gli altri nel momento in cui scegliamo di evolvere?
Oggi, mi sento più connesso all’atteggiamento di Stefano, ma parto da Mari, perché il suo “disagio” nella superiorità è un sentimento molto comune, e soprattutto l’ho percepito in me stesso per molta parte della mia vita.
Cominciamo dall’osso più vecchio che abbiamo. Il cervello umano è una macchina per il confronto sociale: lo è stato per centinaia di migliaia di anni, prima che esistessero le conferenze all’ONU o i social media o le conversazioni sul privilegio. I primati stabiliscono gerarchie. Le tribù riconoscono chi sa fare cosa, chi comanda durante la caccia, chi apprende i miti e li tramanda. È funzionale, non morale. Il problema quindi non è tanto nel confronto tout court, ma sorge quando la “funzionalità tribale” svanisce e noi continuiamo a usare gli stessi strumenti, su terreni completamente diversi.
Henri Tajfel, uno psicologo che aveva visto da vicino cosa può fare agli esseri umani la logica del “noi contro loro”, costruì negli anni Settanta la teoria dell’identità sociale. La scoperta più inquietante fu questa: basta pochissimo per produrre senso di superiorità. Gruppi formati secondo criteri assolutamente arbitrari sviluppavano rapidamente favoritismi verso il proprio gruppo e svalutazione dell’altro. Non serviva né odio, né un valido motivo. Bastava semplicemente un confine, seppure fittizio.
Adesso pensa a quanta fatica hai fatto per costruire il tuo confine. Anni di letture, scelte non convenzionali, rinunce, esperienze che hanno lasciato il segno. Il tuo confine ti è costato un sacco di fatica. Ed è proprio questo il punto cieco più insidioso di tutti: scambiare il costo di un percorso per una prova di valore intrinseco.
Il blind spot del privilegio
C’è un errore cognitivo che in psicologia si chiama Fundamental Attribution Error. Funziona così: quando osserviamo i limiti degli altri, tendiamo a spiegarli con caratteristiche permanenti della persona (”è così fatta”, “non ha voglia di crescere”, “si accontenta”). Quando invece osserviamo noi stessi, ci basiamo soprattutto sulle circostanze specifiche (”ho avuto l’opportunità”, “ho incontrato le persone giuste”, “ho sviluppato la competenza utile”…). Tutti lo facciamo. È quasi automatico, rapido come un riflesso.
Partecipare a una conferenza ONU, viaggiare, fare attivismo per anni, richiede, oltre alla volontà, una serie di condizioni: tempo libero, una certa stabilità economica, reti di relazioni, un passaporto che apre le porte. Non sto dicendo che il merito non esiste. Sto dicendo che il merito esiste sempre dentro un contesto, e che dimenticare il contesto significa vedere solo metà del quadro, e giudicare l’altra metà con la metà che si vede.
Ma c’è di più, e questa è la parte che Stefano ha delineato con chiarezza: stiamo costruendo intere identità collettive sul principio della distinzione. Comunità che si tengono insieme non per ciò che condividono, ma per ciò da cui si separano. Tribù dello spirito, del benessere, della ricchezza, dell’impegno politico, del grado di consapevolezza, dello stesso privilegio ostentato. Ognuna con il suo vocabolario escludente, i suoi riti di iniziazione, la sua scala invisibile su cui si può salire o scendere. I contenitori cambiano ma i contenuti sono sempre gli stessi.
Facciamo un salto indietro, alla nascita del pensiero moderno.
Socrate era probabilmente l’uomo più intelligente della sua epoca. Girava per Atene a fare domande, rompeva le scatole ai politici, ai poeti, agli artigiani. Alla fine di ogni conversazione arrivava sempre alla stessa conclusione: l’interlocutore non sapeva quello che credeva di sapere, e lui, Socrate, sapeva almeno di non sapere. Non era finta modestia retorica ma un autentico metodo di indagine filosofica, oltre che una postura esistenziale. La consapevolezza del proprio limite come condizione per restare in dialogo, per non chiudersi nella propria certezza come in una fortezza.
Montaigne, molti secoli dopo, scrisse una frase che è sicuramente nella top 5 delle mie cit. prefe: “Ogni uomo porta in sé la forma intera della condizione umana.” Lui era colto, raffinato, aveva una biblioteca che faceva invidia, frequentava i potenti d’Europa. Eppure usava tutta quella cultura per tornare verso il comune, per allargare la comprensione e la comunità umana. I suoi Saggi sono un pellegrinaggio continuo verso quello che ci accomuna.
Simone Weil, che sto studiando parecchio ultimamente, aveva scelto francescanamente di vivere nelle stesse condizioni dei più poveri. Teorizzò l’attenzione come forma suprema dell’intelligenza. Un’attenzione intesa come svuotamento, come sospensione del proprio giudizio, dei propri schemi, dell’urgenza di classificare, per permettere all’altro di apparire per quello che è. L’opposto esatto della superiorità.
La legna e il pozzo
A questo proposito, voglio raccontarti una breve storiella zen che amo.
Un discepolo chiede al maestro: “Maestro, cosa facevi prima dell’illuminazione?” Il maestro risponde: “Spaccavo la legna e prendevo l’acqua dal pozzo.” Il discepolo insiste: “E adesso che sei illuminato, cosa fai?” Il maestro: “Spacco la legna e prendo l’acqua dal pozzo.” Fine della storia.
Con la sagacia e il sarcasmo tipici dello zen, smonta con gentilezza tutta la narrativa dell’illuminazione, perché la vera trasformazione interiore non modifica la condizione esterna. Non crea un gradino su cui salire, non produce una distanza. Qualcosa si trasforma dentro, ma il mondo intorno rimane esattamente uguale, con la sua legna da spaccare e i suoi pozzi da raggiungere ogni mattina.
Quello che cambia è la qualità della presenza. Spaccare la legna prima dell’illuminazione e spaccarla dopo: stessa azione, contatto radicalmente diverso con la realtà. La crescita autentica, quella che non si può esibire, assomiglia a questo. Aumenta la capacità di stare nella realtà, non aumenta la distanza dagli altri.
Ora devo dirti una cosa su di me, perché questo saggio sarebbe disonesto senza.
Ogni settimana, scrivo di consapevolezza, di presenza, di trasformazione interiore. Ogni settimana insegno meditazione e tecniche per padroneggiare la propria mente. Fin da giovane mi sono concentrato su letture “alte” e su espressioni culturali che consideravo “elitarie”. Per questi motivi, anche io per buona parte della mia vita ho portato addosso la sensazione di essere un eletto. Qualcosa di speciale, qualcosa di separato. Pure nei periodi peggiori, quelli in cui la vita mi prendeva a ceffoni in faccia, trovavo il modo di dare a quella sofferenza una patina di unicità. Era l’elezione del martire: “soffro più intensamente, quindi percepisco più profondamente, quindi sono più di chi non soffre così.”
È un meccanismo sottile e molto difficile da smontare, perché si traveste continuamente. Si mette i panni della sensibilità, dell’intelligenza emotiva, della profondità spirituale. Cambia vestito ogni volta che lo smascheri.
Negli ultimi anni, attraverso una pratica costante di meditazione e di auto-osservazione, sto cercando di fare qualcosa di diverso. Anziché salire dei gradini, cerco di allargare un cerchio. Anziché affinare la distinzione tra me e gli altri, cerco di aumentare la capacità di riconoscere l’altro dentro di me. È un lavoro lento, a tratti frustrante, spesso interrotto. Alcune mattine mi sveglio e quel vecchio riflesso è già lì, puntuale, pronto a catalogare e a misurare. Allora ricordo la legna, e il pozzo, e il maestro che fa oggi esattamente quello che faceva ieri.
Il dispiacere di Mari, quello che lei ha riconosciuto con chiarezza, lo conosco dall’interno. E so che non è un difetto da correggere, ma piuttosto una bussola che ci indica la direzione giusta.
La crescita che divide e la crescita che connette sono entrambe reali, entrambe possibili. Solo una, però, è all’altezza di quello che ci siamo messi a costruire, dentro e fuori di noi.
Spaccate pure la vostra legna. Tirate su la vostra acqua ogni mattina. Fatelo con tutta la consapevolezza che avete guadagnato. Poi, finito il lavoro, guardatevi senza quel gradino sotto i piedi, e invitate chi vi sta attorno a fare la stessa cosa.
Se hai voglia di “allargare il tuo cerchio”, conoscere altre persone interessanti e sperimentare due giorni di meditazione e yoga immersi nella natura, c’è ancora qualche posto disponibile al mio Breatheam Retreat del 10-11-12 luglio.
Difficilmente, hai vissuto qualcosa di simile in vita tua 🪷
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