Cosa NON funziona nella spiritualità contemporanea
Non si esce dal dolore trovando la tecnica giusta. Si esce dal dolore quando il dolore smette di essere il centro della propria attenzione, perché qualcosa di più grande ha preso quel posto.
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui la spiritualità viene venduta oggi. Da un lato si presenta come una pratica di liberazione, che ti promette di uscire dalle gabbie del condizionamento, di trovare pace, di tornare al tuo “vero io”. Dall’altro lo fa con gli stessi strumenti del marketing, della produttività, dell’ottimizzazione personale. Ti offre la pace come si offre un abbonamento in palestra: risultati misurabili, benessere garantito, soddisfatti o rimborsati.
Voglio essere onesto fin da subito: questo articolo è uscito proprio mentre stavo conducendo il mio primo ritiro intensivo dal vivo, per cui in questa riflessione ci metto anche, e soprattutto, i dilemmi che mi pongo continuamente nel mio lavoro da insegnante di meditazione e respirazione.
Il ribaltamento della responsabilità
La critica più importante che faccio alla spiritualità contemporanea non riguarda le tecniche che propone, ma il messaggio implicito che veicola. Quel messaggio, tradotto nella sua forma più nuda, suona così: se non sei felice, il problema sei tu.
Sembra un’affermazione banale, quasi ovvia. Ma nasconde un ribaltamento ideologico enorme. Per secoli le grandi tradizioni spirituali, filosofiche e politiche hanno riconosciuto che la sofferenza individuale può essere il sintomo di una malattia collettiva, una società ingiusta, un sistema economico estrattivo e strutture di potere che schiacciano l’essere umano. Il pensiero critico dell’Ottocento, le lotte degli anni Settanta del Novecento, la psicanalisi nel suo momento più sovversivo partivano tutti dalla stessa premessa: non è solo colpa tua.
La nuova spiritualità invece celebra implicitamente il sistema mentre chiede all’individuo di trasformarsi per adattarsi. Il mondo va bene così com’è. Le possibilità ci sono per tutti. Se non riesci a sfruttarle, se sei infelice, se soffri, è perché non hai ancora lavorato abbastanza su te stesso. Non hai meditato abbastanza. Non respiri nel modo giusto. Non hai raggiunto il tuo “massimo potenziale”.
Come ha analizzato Ron Purser nel suo saggio McMindfulness, la mindfulness de-contestualizzata dal suo alveo spirituale diventa uno strumento di adattamento al neoliberismo, non di liberazione da esso. Insegna ai lavoratori a gestire lo stress invece di interrogarsi sulle cause strutturali di quello stress. Insegna la resilienza invece della resistenza.
Chi conosce un po’ di storia non può non sentire un’eco familiare in tutto questo. È la stessa logica del Calvinismo nella sua versione secolarizzata. Per Calvino la ricchezza era segno della grazia divina. Oggi il successo e il benessere psicofisico sono segno che stai lavorando su te stesso nel modo giusto. Chi rimane indietro, economicamente, emotivamente, socialmente, evidentemente non si è impegnato abbastanza. La gerarchia è naturale. La sofferenza è meritata.
Psicologia e spiritualità: due strane alleate
La psicologia clinica, soprattutto nella sua declinazione cognitivo-comportamentale oggi dominante, ha come obiettivo dichiarato il ripristino della funzionalità. Prendi una persona che soffre, che non riesce ad andare al lavoro, che ha relazioni difficili, bloccata da un trauma. Il lavoro terapeutico punta a riportarla a uno stato di “funzionamento normale”: può tornare al lavoro, gestire le relazioni, condurre una vita socialmente accettabile.
È un obiettivo legittimo, spesso urgente e necessario. Ma è un obiettivo di restaurazione, non di trasformazione.
La spiritualità contemporanea ha fatto copy-cut di questo modello quasi senza accorgersene. I corsi di meditazione promettono di risolvere l’insonnia, ridurre l’ansia, migliorare le relazioni. Le pratiche di respirazione vengono presentate come strumenti per regolare il sistema nervoso, per uscire dal trauma. Tutto vero, tutto utile. Ma tutto orientato verso lo stesso identico traguardo: riportarti a una versione funzionante per il sistema, pronto a reinserirti nel meccanismo.
La vera tradizione spirituale, che si tratti del Sufismo, dello Zen, del Vedanta, della mistica cristiana o delle vie iniziatiche occidentali, non ha mai avuto questo obiettivo. Non ti promette di farti stare meglio nel mondo. Ti invita a qualcosa di molto più radicale: mettere in discussione non solo i tuoi schemi mentali, ma la tua stessa identità. Non adattarti alla realtà ordinaria, ma “trasumanare”, uscire dall’umano ordinario verso qualcosa che l’umano ordinario non sa nemmeno nominare.
Quando la pratica diventa una fuga
La spiritualità contemporanea ha un vizio strutturale che Mariana Caplan, nel suo fondamentale saggio Halfway Up the Mountain, analizza con precisione chirurgica: scambiare il mezzo per il fine, la mappa per il territorio, il sentiero per la meta.
Si cerca la tecnica giusta. La tecnica per uscire dalla depressione, per gestire la rabbia, per guarire il trauma dell’attaccamento. Si collezionano metodi come si collezionano gadget: bhastrika, tummo, vipassana, Wim Hof, respirazione olotropica, meditazione delle onde theta.
Ma c’è qualcosa che nessuna tecnica può fare. Nessuna tecnica può toglierti di dosso la convinzione fondamentale che la tua storia conti, che la tua identità sia il centro di gravità dell’universo, che i tuoi traumi definiscano chi sei.
Il grande fallimento della spiritualità contemporanea è proprio questo. Ti spinge a trovare la tecnica giusta per uscire dal dolore, dall’angoscia, dalla rabbia. Ma l’unico modo per uscirne davvero, l’unico che tutte le tradizioni spirituali autentiche non hanno mai indicato, è comprendere che la tua storia, il tuo passato, i tuoi traumi, la tua identità personale non hanno nessuna importanza se hai uno scopo superiore. Non perché non esistano, ma perché esiste qualcosa che li trascende infinitamente.
Non si esce dal dolore trovando la tecnica giusta. Si esce dal dolore quando il dolore smette di essere il centro della propria attenzione, perché qualcosa di più grande ha preso quel posto.
Io stesso ho passato molti anni a studiare, prima, e a costruire, poi, un percorso che insegna pratiche spirituali in modo accessibile, stimolante, progressivo. E sono convinto del valore del progetto Breatheam. Ma sono altrettanto convinto di una cosa: quello che insegno è una propedeutica, non un traguardo.
È come un corso di accesso all’università. Ti dà gli strumenti di base, ti orienta, ti prepara. Ti mette in mano qualcosa di potente in un contesto protetto, con una progressione calibrata. Perché questi strumenti sono davvero potenti. Le respirazioni “energetiche”, se praticate senza preparazione adeguata, senza un contesto, senza una guida, non sono affatto innocue per chi le pratica. Non a caso per secoli sono rimaste confinate in cerchie esoteriche ristrette. Il fatto che oggi si trovino su YouTube non le rende meno pericolose, le rende solo accessibili a chi non è ancora pronto.
Ma il punto non è nemmeno la sicurezza tecnica. Il punto è che chi termina un percorso propedeutico e pensa di aver finito, in realtà ha appena iniziato il primo anno di università e ha già lasciato gli studi.
Il vero cercatore non cerca il benessere psicofisico. Quello, lungo la via, è un naturale effetto collaterale, ma non è il suo scopo. Il suo scopo è qualcosa di molto più esigente e molto meno commerciabile: vuole capire cosa è reale. Vuole scorgere la verità oltre il velo dell’illusione. Vuole, per usare un verbo comune a tutte le grandi tradizioni, sparire.
La scomparsa dell’IO
Questa è forse la differenza più netta, e più scomoda, tra la spiritualità autentica e la sua versione contemporanea addomesticata.
Tutte le vie spirituali o esoteriche degne di questo nome ti dicono che alla fine, l’io che inizia il viaggio deve sparire. Non che devi diventare più cool, non che devi avere più successo o relazioni più soddisfacenti. Sparire. L’ego, l’identità, la falsa personalità, le sovrastrutture costruite dal centro intellettuale su cui viviamo quasi interamente, devono dissolversi.
La spiritualità contemporanea ti offre l’esatto contrario: più di te. Più autentico, più realizzato, più integrato. Ti chiede di lavorare su di te per diventare una versione potenziata di ciò che già sei.
Attenzione, non sto dicendo che questo lavoro sia inutile. Sono profondamente convinto che si possa scegliere di sparire solo dopo essersi conosciuti. Solo dopo essersi voluti bene. Solo dopo essersi migliorati. Non prima. Non si può rinunciare a qualcosa che non si possiede ancora.
Ed è per questo che la propedeutica ha senso. Il lavoro su di sé, la terapia, le tecniche corporee: tutto ha un valore reale. Ma sono una soglia, non una casa. Il trampolino, non il volo.
Cos’è, dunque, l’illuminazione?
C’è una definizione che, tra tutte quelle che ho incontrato, mi sembra la più onesta.
L’essere illuminato non è chi sta sempre bene, che non soffre, che ha risolto tutti i suoi nodi psicologici. È chi, qualsiasi cosa accada nella propria vita, non dimentica il suo scopo superiore. Non si perde. Non viene travolto dagli eventi, dalle relazioni, dal dolore o dal successo. Riconosce sempre, anche nelle nebbie, la direzione.
La spiritualità contemporanea non ti allena a questo. Ti allena a stare meglio quando le cose vanno male. Ti allena alla resilienza, alla regolazione, alla gestione. Competenze utili, certo. Ma non è la stesso traguardo.
La differenza, in fondo, è tutta qui. La spiritualità autentica non ti chiede di adattarti al mondo. Ti chiede di scoprire qualcosa che il mondo non può né darti né toglierti.
E questo, oggi, è il prodotto meno vendibile sul mercato.
Chiudo con una testimonianza che mi ha toccato più di altre. Chiara è un medico chirurgo, una persona abituata a ragionare con precisione e a diffidare di tutto ciò che non regge a uno sguardo critico. Quello che ha apprezzato di più è stata proprio l’assenza di spiegazioni approssimative, di misticismo di facciata, di quella nebbia new age che spesso avvolge questo mondo e lo rende inaffidabile agli occhi di chi ha una formazione scientifica.
Se anche tu stai cercando un approccio serio alla meditazione e alle tecniche di respirazione, qualcosa che possa davvero gettare le basi di una ricerca interiore autentica, ti invito a dare un’occhiata al percorso Breatheam. C’è la possibilità di fissare un colloquio gratuito con me, per capire insieme se è la strada giusta per te.
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Dall’archivio di Trasumanare
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Ho da poco iniziato il mio percorso spirituale (ma è strano che la cosa comune a tutti è che questi percorsi iniziano sempre alla soglia dei 30 anni?) e penso che questo post sia molto bello.
In effetti, abbiamo commercializzato tutto, anche lo spirito. E questo ci chiede a maggior ragione di fare uso della capacità che certi percorsi vogliono venderti: la consapevolezza. Difficile.
Mettere “sul mercato” certe cose causa un fraintendimento su io stesso ho dovuto sbattere il muso, ovvero l’aspettativa di un risultato “veloce”. Perché dopotutto, il marketing dice proprio che più velocemente possiamo ottenere un risultato e più valore ha il prodotto. Ma non si tratta di prodotti, si tratta di tradizioni millenarie. E per noi occidentali ignoranti in materia, questo complica ancora di più le cose. Io ho avuto e sto avendo serie difficoltà a fare chiarezza sull’enorme varietà di “offerta” che si trova in questo mercato.
Per fortuna, ho (e abbiamo) tutta la vita davanti, giusto il tempo che serve per un cammino spirituale come tradizione comanda!
Grazie Emilio 🙏
Per non parlare della frustrazione che si prova quando inizi a meditare come fosse l’ennesima task e senti di non essere “performante”