Sulla solitudine: un manuale di istruzioni
Ognuno di noi è sospeso per qualche decennio nella stretta e luminosa finestra tra il big bang e la morte termica. Siamo brevi anomalie senzienti in un vasto e muto incendio.
La maggior parte delle città in cui ci troviamo da questa parte del mondo ha lo stesso volto tardo-capitalista: rettangoli luminosi, fat-bike che scorrazzano a consegnare hamburger freddi, una luna stanca e sbiadita dall’inquinamento di milioni di universi privati.
Quando si cammina senza cuffiette (che oltraggio) ci si accorge della frammentazione. Lo scalpiccio di passi frettolosi, il traffico stitico dei pendolari in ritirata, i clacson, i cicalini delle porte scorrevoli, la radio diffusione di un supermercato che ti ricorda della raccolta punti in scadenza.
Pur nella vicinanza, nell’accostamento involontario dei corpi, tutti proteggono dentro di sé una camera sigillata. Ti accorgi che non accederai mai ai loro monologhi interiori, così come loro non accederanno mai ai tuoi. Ci incrociamo come pianeti in orbite diverse, brevemente allineati, poi scagliati via.
Eppure, da qualche parte ho letto che condividiamo tutti lo stesso destino in un universo catastroficamente indifferente. Ognuno di noi è sospeso per qualche decennio nella stretta e luminosa finestra tra il big bang e la morte termica. Siamo brevi anomalie senzienti in un vasto e muto incendio.
Per decine di migliaia di anni abbiamo acceso il fuoco. Un fuoco tondo che creava cerchi, attorno al quale ci si sedeva, ci si guardava, si raccontavano storie, si guardavano le fiamme o le ombre animalesche danzare sulle pareti di una caverna che era casa, tempio e teatro.
Oggi abbiamo spento il fuoco, abbiamo acceso uno schermo e ci siamo caduti dentro, nel tentativo di costruire un’architettura invisibile contro il silenzio.
Unsicherheit sistemica
La solitudine non è una sfortuna personale, ma l’esito programmatico di scelte precise. Come pure aveva notato Pasolini (in tempo reale, si potrebbe dire) durante lo scorso secolo l’Occidente ha smantellato la catena dei legami sociali in cambio dell’autodeterminazione. Ha esaltato la libertà individuale a discapito della dimensione collettiva.
Così, oggi, ognuno di noi è costretto a cercare soluzioni biografiche alle contraddizioni sistemiche. La comunità si è dissolta nel surrogato effimero del rifugio sicuro che rappresentava e l’oblio della fraternità ha evocato in sua vece una sterile assenza di interferenze.
I tedeschi usano questo termine: unsicherheit: incertezza - vuoto esistenziale - insicurezza, spremuti in un solo sentimento.
La solitudine è diventata funzionale. L’individuo fragile e insicuro è un consumatore ideale ma un pessimo cittadino, incapace dell’azione collettiva necessaria per mettere in discussione lo status quo. Alla protesta si preferisce l’abbandono, e la sofferenza che ne deriva è afona e privata, incapace di trovare un significato al di fuori della soddisfazione immediata dell’io.
Guarire dalla solitudine patologica
Il primo passo è distinguere la solitudine patologica dalla capacità di stare con se stessi. La società odierna ha prodotto un individuo fragile che percepisce la solitudine come assenza di significato. Come tornare ad abitarla consapevolmente, trasformandola in forza?
In tanti modi: il cammino silenzioso, le attività manuali, l’arte, lo studio matto e disperatissimo (come lo chiamava Leopardi), la meditazione, la preghiera… Ognuno può trovare la propria via.
Personalmente ho scelto la meditazione, che mi aiuta a interrompere il flusso di pensieri superficiali che non lasciano traccia. Attraverso di essa non cerco l’evasione, ma affronto la domanda fondamentale che il rumore della modernità tenta di soffocare: Io chi sono?
Per il meditatore la solitudine non è isolamento, ma riduzione della molteplicità delle relazioni superficiali per concentrarsi su un’unica relazione fondamentale che dà senso a tutte le altre. Riempire consapevolmente questo spazio significa passare dall’essere consumatori di sensazioni a ricercatori di senso, rifiutando l’idea che la vita sia solo una serie di episodi frammentati senza transizione e continuità.
Il vuoto consapevole della meditazione
All’inizio si affronta un silenzio imbarazzante. I pensieri sono più brutti quando non sono mediati dal bagliore dell’immediatezza: meschini, ripetitivi, mezzo masticati.
Questo è il punto in cui la maggior parte delle persone si arrende. Dove la solitudine diventa intollerabile perché improvvisamente non è più sopportabile. Dove l’istinto urla: riempila! Con il lavoro, con la pornografia, con gli impegni, con uno schermo qualsiasi.
Eppure, da adesso in poi non potrai più far finta di ignorare quello che Nietzsche aveva intuito camminando per le strade di Torino: evitare il Sé è più pericoloso che incontrarlo.
Quindi rimani.
Forse ti aspetti una rivelazione. Non la ottieni. Quello che ottieni è noia, poi irrequietezza, poi un leggero panico animale, poi qualcosa come un diradamento dell’aria tra te e ciò che non è te.
Non è drammatico. Non si annuncia. Ma ogni tanto, restando seduti, si avverte la sensazione che la propria solitudine venga osservata dall’altro lato. Non sorvegliata. Osservata.
Chiamalo Dio, se vuoi. Chiamalo Essere, Atman, Brahman, Nirvana, Satori…non dargli nemmeno un nome. La parola non ha importanza. Ciò che conta è il sospetto fugace e umiliante che la tua solitudine non sia l’ultima parola sulla tua esistenza.
Dalla solitudine alla pluralità
Questa riconquista della profondità interiore è la condizione necessaria per tornare a essere una persona comunitaria.
Spesso confondiamo la connessione con la relazione. La connessione è fredda, controllata, priva di rischi; permette di dosare la presenza dell’altro ed evitare l’imprevisto. Ma chi cerca la comunione non può accontentarsi della connessione, che ne è la triste parodia.
Per essere vero supporto alla propria comunità e alle persone che si amano bisogna innanzitutto accettare il dramma intrinseco alla relazione umana: l’imprevedibilità, la vulnerabilità, la possibilità che l’altro sconvolga i tuoi piani. La vera amicizia e l’amore richiedono la condivisione di un destino, un bene comune che vada oltre il semplice contratto o lo scambio di favori.
In un mondo in cui le relazioni sono spesso vissute come transazioni, l’essere illuminato predilige la fraternità che implica interdipendenza, e la consapevolezza che la libertà individuale non può esistere senza l’impegno verso l’altro.
La pratica consapevole della solitudine deve sfociare nel ritorno all’azione pubblica. L’uomo isolato, al contrario, protegge la sua gabbia o si unisce a finte comunità basate sulla paura condivisa, sull’odio verso un nemico comune per provare un effimero senso di unità. I nuovi padroni del mondo questo lo sanno bene.
Chi, invece, ha imparato a interrogarsi e a porsi le domande giuste, rifiuta queste scorciatoie. Comprende che la sua sicurezza e libertà dipendono dalla capacità di costruire istituzioni e legami solidi con gli altri. Invece di ritirarsi in una cittadella di allarmi e diffidenza, lavora per ri-condividere l’esistenza, cercando di forgiare un bene comune che non sia solo la somma degli interessi individuali.
L’arte del risveglio
Ti senti solo perché sei sveglio. Sei sveglio perché una parte di te si rifiuta di fare pace con la piccolezza delle risposte già pronte. E finché quella parte di te vive, per quanto stanca e combattuta, non sei, nel senso più profondo, solo.
Trasforma l’isolamento contemporaneo in solitudine consapevole: non utilizzare questo spazio per ritirarti dal mondo, ma per trovare la forza di riabitarlo autenticamente. Il fuoco brucia ancora, da qualche parte. Trova il cerchio. Siediti. Guarda le fiamme con gli altri. La solitudine non è la fine della storia. È dove la storia comincia.
In questo momento, mentre scrivo, sono solo. Scrivo perché ho scelto di rimanere vivo e di restare sveglio.
Le parole arrivano, lentamente. Sono sempre arrivate; sempre arriveranno. Ho abbandonato da tempo la fantasia dell’opera omnia che redime dalla sofferenza. Ciò che ho sono una manciata di frasi: alcune buone, la maggior parte cattive, alcune recuperabili. Le sgretolo, le sposto come se fossero mobili in una stanza scomoda. Uccido quelle facili. Tengo quelle che mi spaventano un po’.
Questa è una cosa solitaria che puoi fare anche tu. Quando scrivi ci sei tu, il vuoto e la fastidiosa sensazione che niente di tutto quello che butterai sulla pagina scalfirà la vasta indifferenza del mondo. Però sai che questa tua solitudine potrà fare da compagnia a un’altra solitudine che la leggerà.
Questo è il momento in cui la solitudine si fa più luminosa. Non si scrive a nessuno ma si scrive per qualcuno, chiunque esso sia. Forse, un giorno, uno sconosciuto dall’altra parte del pianeta potrebbe sentire la tua solitudine prendere forma nel suo petto, in un silenzio che assomiglia a una voce che assomiglia a un ponte.
Se, leggendo, hai riconosciuto qualcosa di tuo (non come risposta, ma come domanda) sappi che questo spazio non è destinato a restare astratto.
Da tempo accompagno persone che sentono l’esigenza di trasformare la solitudine in una pratica di consapevolezza. Non come tecnica per “stare meglio”, ma come disciplina per stare più lucidamente dentro la propria vita, e dunque nel mondo.
Se vuoi capire se questo percorso può avere un senso per te, puoi fissare un colloquio gratuito. Non è un impegno, né una promessa: è semplicemente una conversazione, per verificare se le domande che ti abitano trovano un terreno comune.
A volte il primo passo non è una risposta, ma il coraggio di sedersi nel cerchio giusto.
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Dall’archivio di Trasumanare
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Ti sto leggendo da Ho Chi Min, seduta su uno sgabellino traballante, bevendo caffè e latte condensato. É stato come una chiacchiera con qualcuno da lontano. Era quello che avevo bisogno di leggere — questo a maggior ragione perché ho intrapreso questo viaggio da sola in Asia e tutti erano sbigottiti. Sbigottiti perché voler essere soli spesso viene visto come qualcosa di desolante, triste, e, forse, isolante. Invece sto raccogliendo tutto perché sogno di poter creare uno spazio comunitario una volta ritornata nella mia città. Un abbraccio, Francesca.