Come (non) ho trovato il mio IKIGAI
Cosa ti fa alzare la mattina? Tra Taleb, Jodorowsky e un curriculum che assomiglia a un'allucinazione, la storia di come non si trova il proprio centro, e come invece farsi trovare da lui.
Dopo aver chiesto alla community di cosa avessero voluto che scrivessi, mi sono arrivati questi quattro messaggi che avevano delle caratteristiche comuni, per cui ho voluto accorparli, un po’ come gli OneDirection a X-Factor. Chissà che non ne esca una hit.
Saints scrive dal margine di mesi di viaggio, con la chiarezza che a volte regala la distanza. Parla di blocco esistenziale, di abitudini che non ci rappresentano, del coraggio di smettere di tradirsi. Anna chiede qualcosa che tocca la stessa ferita: parla di vite non lineari, del giudizio di chi ti vede come confuso quando magari stai solo cercando la tua forma. E poi c’è LaProf, che accompagna i suoi ragazzi a diventare più umani in un’epoca di rumore, e nel frattempo arranca sotto il peso di tutto quello che non riesce a fare, di quella pressione sottile e feroce che è la nostra versione contemporanea della colpa.
Tre persone diverse, tre vite diverse. Eppure stanno tutte e tre sul bordo della stessa piscina. Dopo ci arriviamo, alla piscina.
Invece Marco mi chiede: Come hai trovato il tuo ikigai?
Questo articolo è la risposta alla sua domanda, avendo prima contemplato i dubbi di Saints, Anna e la Prof.
La parola ikigai viene dal giapponese. Iki significa vita, gai significa valore, ragione, scopo. Non è un concetto filosofico elaborato e nemmeno una dottrina. Nasce nella cultura di Okinawa, l’isola giapponese famosa per la longevità dei suoi abitanti (un po’ il Gennargentu asiatico, dai), e nella sua forma originale indica qualcosa di estremamente umile: la “ragione per cui vale la pena alzarsi la mattina”. Che può essere una ragione minuscola. Non deve salvare il mondo, non deve essere scalabile, non deve generare revenue. Può essere un giardino da mantenere, un nipotino a cui badare, la tazza di tè con le amiche alle sette in punto.
Quello che circola sui social, invece, è un’altra cosa. Il famoso diagramma con quattro cerchi sovrapposti (quello che si divide in “ciò che ami”, “ciò in cui sei bravo”, “ciò di cui il mondo ha bisogno” e “ciò per cui vieni pagato”) non proviene dai pensionati di Okinawa. È una creazione occidentale del 2014, inventata da tale Marc Winn che aveva messo insieme due concetti distinti, e che nel tempo è diventata così virale da essere scambiata per saggezza antica. Un’operazione di marketing, in sostanza, rivestita di filosofia zen.
Detto questo: non buttiamo via tutto. Il diagramma è discutibile nella sua origine e spesso usato in modo distorto, trasformato in un framework produttivistico, uno strumento per ottimizzare l’ambizione e chiamarla autenticità. Ma la domanda sotto rimane potente. Cosa mi dà senso? Cosa rende questa vita, specificamente questa mia vita, con questi talenti e questa storia e queste ferite, qualcosa che vale la pena vivere? È una delle poche domande che, se presa sul serio, può spostare l’ago della tua bilancia esistenziale. Per questo ho deciso di parlarne.
Esistono, credo, due modi per trovare il proprio ikigai. O meglio, due modi in cui le persone raccontano di averlo trovato, quando ci riescono.
Il primo è il metodo dell’ingegnere. Si prende carta, penna e calcolatrice, si sceglie un percorso universitario, si leggono libri, si seguono corsi di formazione specialistica, si compila il diagramma, si ragiona con metodo su talenti, passioni e mercato. È un percorso deliberato, ordinato, con un risultato atteso. La maggior parte dei contenuti che trovate sull’argomento seguono questa pista, e non è del tutto sbagliata. C’è un valore reale nel fermarsi a riflettere, nel dare nome alle cose che si amano, nell’osservare i propri punti di forza e nel saperli valorizzare. Tuttavia, si rischia di finire a trattare la vita come un progetto di ingegneria, ma la vita, almeno quella che ho conosciuto io, è fatta di materiale molto meno docile.
Il secondo metodo è quello dell’archeologo. Non si costruisce niente. Si scava. Si avanza per tentativi, si inciampa su qualcosa, si raccolgono frammenti, si capisce solo dopo cosa si stava cercando. È un metodo caotico, inefficiente, costoso in termini di tempo e di nervi. Ma è quello che descrive, più fedelmente di qualsiasi altro, quello che succede davvero alla maggior parte delle persone.
Nassim Nicholas Taleb ha dedicato buona parte della sua vita intellettuale a smontare l’idea che gli esseri umani siano in grado di pianificare la propria traiettoria. Nel suo lavoro parla degli ormai celebri cigni neri, gli eventi improbabili che cambiano tutto, e di antifragilità, la qualità dei sistemi che non solo resistono agli shock ma ci guadagnano. Quello che dice, in sostanza, è che il caso non è un difetto nel processo ma spesso è il processo stesso. Le scoperte più importanti, nella scienza come nelle vite personali, emergono da inciampi, da anomalie, da quel momento in cui qualcosa va storto nel modo più fecondo possibile.
Pensiamo ai nostri talenti. Quanti di noi li conoscevano davvero prima di trovarsi in una situazione che li richiedeva? Quante cose siamo diventati capaci di fare solo perché qualcuno ci ha messo in condizione di provarle, o perché non avevamo alternative? La conoscenza di sé attraverso l’introspezione pura è limitata. Ci conosciamo soprattutto nel contatto con il mondo, nella pressione delle circostanze, nella resistenza verso le sfide più difficili.
La piscina dei coccodrilli 🐊
Tanti anni fa ho ascoltato questa barzelletta di Alejandro Jodorowsky, nella registrazione di una sua conferenza.
C’è un uomo ricchissimo che possiede un’enorme piscina piena di coccodrilli. Ai suoi ospiti annuncia che non ha mai conosciuto un uomo davvero coraggioso, e che darebbe metà del suo patrimonio a chi riuscisse ad attraversare la piscina a nuoto. Aspetta. Nessuno si muove. Alza la posta: tutta la sua fortuna. Ancora silenzio. Ma all’improvviso, si sente un uomo affannarsi e sbracciare e lo si vede nuotare in mezzo ai coccodrilli, fino ad emergere dall’altra parte tutto terrorizzato e stravolto. Il milionario lo abbraccia, commosso: “Finalmente posso dire di aver conosciuto un uomo davvero coraggioso!” L’uomo lo guarda e dice: “Ma quale coraggioso! Chi è lo stronzo che mi ha spinto???!”
A questa storiella ci penso spesso, soprattutto quando la vita mi fa gli sgambetti.
Questa è senza dubbio una verità che i libri di self-help nascondono sotto il tappeto: molte delle svolte più importanti della nostra vita non sono state scelte, ma piuttosto subite. Un licenziamento. Una relazione che finisce. Una perdita che smonta tutto quello che si credeva di essere. Un viaggio che doveva durare due settimane e dura sei mesi. Un incontro fortuito con una persona che ti rivela qualcosa che non cercavi da anni.
Quando stiamo bene nel nostro disagio, quando il bordo della piscina è scomodo ma almeno conosciuto, quando i coccodrilli psicologici che ci abitano fanno paura ma almeno sono familiari, ci aggrappiamo. È umano. Ed è in quel momento che a volte arriva qualcuno a spingerci. Qualcuno che vuole il nostro bene, qualcuno che non ci conosce abbastanza da avere paura di farlo, o qualche altro cambiamento talmente grande da non poter contemplare le nostre insicurezze.
A questo proposito: chissà cosa pensano le formiche quando le calpestiamo, senza accorgercene, mentre camminiamo allegramente nei prati. Se ci pensi bene, non siamo altro che formiche sotto il piede incauto della storia.
Dunque, la spinta non è sempre gentile. Eppure, bisogna pure imparare a sguazzarci, in mezzo ai coccodrilli. Ecco come ho imparato a farlo io.
L’equilibrio in una vita rocambolesca
Marco, sinceramente il mio ikigai l’ho trovato in modo così caotico da non consigliarlo a nessuno. Però non posso negare che molte persone che mi conoscono mi dicono essere “nel mio elemento”, o di essere una “persona risolta”. Allora, forse vale la pena guardare da dove vengo.
Ho fatto il Liceo Scientifico, poi l’Università di Lettere Moderne a Torino, poi un Erasmus a Copenaghen, poi la Specialistica di cui mi mancano 4 esami, che non ho (ancora?) completato. Nel mezzo, o affianco, o in parallelo durante anni di studio ho fatto: animatore estivo per ragazzi, commesso da Decathlon, venditore Unicef in strada (una settimana orribile), responsabile di negozio in un solarium, ripetizioni private, cameriere alle feste degli Alpini, collaboratore del critico d’arte di Michelangelo Pistoletto, articolista per il Quotidiano Piemontese, presentatore di un festival musicale indie e aspirante attore in una scuola di recitazione per 2 anni.
Dopo l’Università, è iniziata una carriera lavorativa altrettanto variopinta: “spin doctor” per un politico locale, attore teatrale in tournée, organizzatore di un festival teatrale, venditore di stand fieristici, addetto vendite in un autonoleggio con “delega” alla comunicazione digitale, supervisor della biglietteria di Expo2015 a Milano, commerciale per una tipografia.
Infine ho aperto la mia agenzia di comunicazione che, tra le altre cose, mi ha fatto collaborare con una delle startup di maggiore successo torinesi e costruire il loro primo crowdfunding, e anche di collaborare per 4 anni con una delle più importanti realtà della formazione finanziaria italiana, con base in Svizzera, ça va sans dire.
Forse il resto lo conosci già: il lancio di questa newsletter, un lungo viaggio in Asia, la formazione e le certificazioni come insegnante di meditazione e tecniche di respirazione, la scuola di yoga e infine la creazione del percorso individuale Breatheam, fino all’organizzazione dei ritiri intensivi dal vivo.
Visto così, sembra un’allucinazione curriculare di un’AI o una confessione imbarazzata. E in effetti, vissuti dall’interno, quegli anni li ho vissuti con una gran confusione: tanti inizi, pochi soldi, qualche intuizione luminosa e molti vicoli ciechi. Non c’era un piano. Non stavo costruendo nulla che potessi incasellare dentro una categoria definita.
Eppure, guardandolo a ritroso, in quel percorso che assomiglia a una mulattiera contorta di montagna, un legame c’era. Un sottile filo rosso che attraversa quasi tutto questo lungo elenco confuso: la comunicazione e il racconto. Il mettere in relazione persone, idee, esperienze, storie. L’articolista, il presentatore, il venditore, lo spin doctor, il collaboratore creativo, il digital marketer, il copywriter, l’autore, l’insegnante: sono tutti variazioni sullo stesso tema. Non lo vedevo allora, ma ora l’identikit è piuttosto lampante.
Pure Søren Kierkegaard diceva che la vita può essere compresa solo all’indietro, ma va vissuta in avanti.
Qual è il mio ikigai oggi?
Oggi mi concentro su quattro colonne che si tengono insieme in un modo che mi sembra, almeno per ora, solido.
L’agenzia di comunicazione che fornisce servizi web (quasi un passive income) e consulenza di marketing digitale per piccole e medie aziende. È la parte più strutturata della mia vita professionale, quella che garantisce un flusso di cassa stabile e mi paga affitto e bollette. E soprattutto, rappresenta il mio paracadute che mi permette di rischiare con gli altri progetti sperimentali.
Questa newsletter, con la sua community e la condivisione scritta dei miei pensieri, che ambisce alla costruzione lenta e duratura di connessioni profonde con like-minded people. E soprattutto, almeno finora, non dipende da nessun algoritmo strambo per esistere.
La meditazione come pratica di vita e insegnamento, con la scuola e i ritiri dal vivo. Qui risiede il cuore pulsante di quello che faccio: il corpo, la mente, il contatto diretto e viscerale con le persone. È un lavoro che mi obbliga ad evolvere e confrontarmi con la diversità, continuamente.
La mia passione per il running: lo sfogo liberatorio dove il corpo può scorrazzare per i prati e tornare bambino. E soprattutto, mi aiuta a coltivare una sana disciplina, ad avere una mens sana in corpore sano, a lavorare per obiettivi e a ricevere la mia botta di dopamina ed endorfine quotidiana.
Sotto questo “porticato” identitario avverto una forma di libertà che considero la mia ricchezza più grande. Posso lavorare da dove voglio, posso rallentare o accelerare e posso sperimentare con i side project senza rischiare di restare con il frigo vuoto. E posso scrivere senza l’ansia di dover monetizzare le mie parole, o di mettere pubblicità ovunque.
Ma sono consapevole che questo non possa essere un modello. Non è un risultato che si ottiene seguendo i passi giusti nell’ordine giusto. È una configurazione che è emersa da anni di tentativi, errori, incontri fortuiti, e qualche spintarella che non avevo chiesto. Potrebbe cambiare domani. Anzi, cambierà, perché le circostanze cambiano, i desideri cambiano, il mondo cambia.
Taleb mi direbbe: Antifragile che non sei altro!
E quindi, come ho trovato il mio ikigai? Giuro di non averlo cercato. Al massimo, mi sono fatto trovare. Ho sempre voluto fare cose che mi sembrassero vive, seguendo più l’istinto dei diagrammi di Venn. Il resto è venuto dopo, per accumulo, per caso, per la generosità di qualche stronzo che mi ha spinto in piscina nel momento giusto.
Il mio ikigai, se lo dovessi definire, è quello che è rimasto quando ho smesso di fingere di essere qualcun altro.
Forse anche tu stai aspettando sul bordo di qualche piscina. Forse aspetti il momento giusto, la chiarezza giusta, il coraggio giusto. Il percorso Breatheam potrebbe essere quel “gentile stronzo” che stavi aspettando. Se vuoi capire se fa al caso tuo, prenota un colloquio gratuito e parliamone.
Dall’archivio di Trasumanare
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Ciao Emilio, io mi trovo ancora in quel momento in cui i soldi stentano, se mi chiedono che lavoro faccio dobbiamo avere almeno 10 minuti di tempo e in cui tutto mi sembra senza un senso comune. E' snervante e stancante. Però scorgo dei momenti di pace e serenità, quando vivo quelle cose che per me sono non negoziabili. La mia ora di attività fisica al giorno, per esempio. Solo che non trovo il modo di costruire qualcosa, e non che non ci provi. Grazie per questa NL, che mi aiuta spesso a guardarmi e a cercare di capirmi.
Grazie per aver condiviso il tuo percorso, incredibilmente unico. . Io sono ancora in balia delle onde ma sono pigra e, spesso, mi.giro dall altra parte. Mi rifiuto di analizzare gli eventi e di capire che ci faccio qui. Prima o poi riemergerò da quella piscina...