Cosa c’entra il doomscrolling con il tramonto della democrazia
Sull'infobesità come problema politico e su cosa fare, concretamente, prima che sia troppo tardi.
Se dai informazioni scadenti a persone buone, produci comunque decisioni cattive.
Questa di Harari è una radiografia sociale. Perché sposta il problema dalla responsabilità individuale (la nostra pigrizia, la nostra stupidità, la nostra malafede) al terreno globale su cui cresce il pensiero collettivo. Quel terreno, nel 2026, è diventato la Terra dei Fuochi. Non per negligenza: per progetto.
Ecco perché non ho voluto scrivere l’ennesimo atto d’accusa contro i social media che fanno male al cervello. Lo sai già. Piuttosto, la questione che mi preme è un’altra: cosa succede, politicamente, quando intere popolazioni perdono la capacità di sostenere un ragionamento articolato?
Siamo abituati a pensare al problema dell’attenzione frammentata come a una questione privata: distrazione, produttività, benessere mentale. È un frame riduttivo, e sospetto che questa riduzione non sia del tutto innocente. Finché il problema è “come smetto di perdere tempo su TikTok”, la soluzione è una questione di disciplina e forza di volontà. Ma se il problema è “come una società di individui cognitivamente esausti e informativamente saturati può ancora produrre pensiero collettivo affidabile”, allora la posta in gioco è completamente diversa.
È di questo secondo problema che voglio parlarti oggi.
Il cervello umano dispone di una memoria di lavoro notevolmente ristretta, ovvero lo spazio cognitivo in cui le informazioni vengono tenute attive mentre vengono elaborate, e di un filtro attenzionale che non è uno strumento neutro ma un sistema evolutivo tarato per rilevare minacce e opportunità immediate. Questi due meccanismi si sono ottimizzati in ambienti a bassa densità di stimoli, dove i segnali rilevanti erano rari, fisicamente connessi alla realtà e ad alto costo di produzione.
Nell’ecosistema informativo contemporaneo, entrambi vengono aggirati sistematicamente.
La memoria di lavoro va in saturazione sotto input continui e sovrapposti: più informazioni riceve simultaneamente, meno riesce a integrare ciascuna con ciò che già sa, e più la risposta cognitiva diventa reattiva invece che elaborata. Il filtro attenzionale, costruito per rispondere a segnali di sopravvivenza, viene continuamente ingannato da contenuti progettati per simulare urgenza e rilevanza emotiva (notifiche, titoli allarmistici, aggiornamenti in tempo reale) indipendentemente dal fatto che abbiano qualunque connessione con la vita reale di chi li riceve.
Tuttavia, se sono convinto che il rischio più subdolo sia ancora un altro: il ricondizionamento delle aspettative cognitive.
Le piattaforme social funzionano sul rinforzo variabile, che è lo stesso principio della slot machine: non sai se il prossimo scroll porterà qualcosa di interessante, e questa incertezza è esattamente ciò che rende il comportamento più difficile da interrompere. Col tempo, la mente si abitua a gratificazioni rapide e comincia a interpretare qualsiasi ritardo (un testo difficile, un ragionamento che chiede di tornare indietro, un’ambiguità che non si risolve subito) come un segnale ostile, o peggio, come noia o fallimento.
Per cui non dovremmo interpretare questo fenomeno come il problema di qualcuno che non sa gestirsi. Piuttosto, è il risultato atteso di un’architettura progettata con investimenti da miliardi di dollari e decenni di psicologia comportamentale applicata.
Il tramonto della democrazia
Moltiplicando questo meccanismo per miliardi di persone, si ottengono popolazioni strutturalmente inclini a narrazioni semplici su realtà complesse, contraddistinte da un’incapacità crescente di distinguere la complessità dalla sua caricatura emotiva.
Si ottiene l’elettore perfetto per qualsiasi movimento che sappia costruire nemici riconoscibili e promesse immediate, oltre che la totale impermeabilità a chiunque dica “la situazione è complicata, ci vuole tempo”.
I populismi che hanno conquistato le democrazie occidentali negli ultimi vent’anni non hanno vinto imponendo la censura (anche se incolpano i loro oppositori di farla a loro, pure quando sono al potere). Hanno vinto lavorando sul campo già arato dall’ecosistema digitale: elettorati con ridotta tolleranza alla complessità, saturati di narrazioni ottimizzate per l’engagement emotivo, incapaci di condividere anche solo i fatti elementari su cui costruire un disaccordo produttivo. Non è una cospirazione. È peggio: è un sistema che produce questo risultato come effetto collaterale normale del proprio funzionamento.
La fragilità della democrazia contemporanea e la fragilità del pensiero complesso sono la stessa crisi.
Protocolli di resistenza: cosa fare concretamente
Quello che segue non può risolvere il problema strutturale, nessun comportamento individuale può farlo. Ma c’è una differenza non trascurabile tra essere un nodo della rete informativa che contribuisce alla sua qualità epistemica e uno che la degrada, seppur involontariamente.
Protocollo 1: Rimuovi le decisioni dall’ambiente, non dalla testa
Il cervello ha una quantità limitata di risorse per l’autocontrollo. Usarle per resistere alla distrazione è uno spreco: significa combattere con un sistema progettato da team di ingegneri comportamentali con budget miliardari. È una battaglia asimmetrica.
Conviene di gran lunga rendere la distrazione strutturalmente più difficile prima che richieda autocontrollo.
Step 1. Elimina tutte le notifiche push che non riguardano comunicazioni dirette da persone reali. Non silenziare: rimuovere.
Step 2. Stabilisci due finestre temporali fisse al giorno per controllare le email, DM e notizie. Non più di dieci minuti ciascuna. Al di fuori di queste finestre, non aprire nulla. In questo modo, trasformi un comportamento reattivo continuo in un comportamento intenzionale discontinuo.
Step 3. Il telefono non entra nella stanza dove lavori, leggi o dormi. La sola presenza visiva di uno smartphone riduce le capacità cognitive disponibili anche se è spento, perché parte del sistema attenzionale continua a monitorarlo passivamente.
Il mio protocollo: ho eliminato qualsiasi app o widget dalla schermata del mio smartphone. Ho eliminato qualsiasi notifica tranne whatsapp (di cui però silenzio i gruppi). Ho cancellato qualsiasi app social e controllo Substack dal PC in due finestre temporali al giorno (inizio e fine giornata).
Protocollo 2: Rieduca la soglia di tolleranza alla difficoltà
Il problema non è l’attenzione in senso stretto, ma la soglia di tolleranza nel momento in cui un testo diventa difficile, in cui un ragionamento richiede di tornare indietro, in cui la comprensione tarda ad arrivare. Se quella soglia si fosse abbassata, è possibile rieducarla con esposizione graduale.
Step 1. Scegli un testo lungo che ti ha sempre interessato ma che hai rimandato. Dedicagli venticinque minuti al giorno per due settimane, senza eccezioni. La durata è secondaria rispetto alla consistenza: stai allenando una risposta comportamentale, non accumulando informazioni.
Step 2. Quando arriva l’impulso di controllare il telefono o aprire un’altra scheda, non reprimerlo. Annotalo su carta (ora: 10:23, impulso: controllare email) e torna al testo. Questa pratica ha un duplice effetto: riduce l’urgenza dell’impulso e ti rende consapevole della sua frequenza, che di per sé è già un dato utile.
Step 3. Dopo ogni sessione di studio, scrivi tre righe con una reazione critica. Cosa non ti convince, cosa vorresti contestare, cosa apre una domanda che non avevi prima. Questo passaggio è il più importante perché trasforma il consumo in elaborazione, che è la condizione in cui avviene la comprensione reale. Senza di esso, stai leggendo ma non ragionando.
Il mio protocollo: dedico almeno 1 ora al giorno allo studio focalizzato: libri, video divulgativi, long-read. Cerco di non studiare passivamente, ma faccio brainstorming e prendo appunti.
Protocollo 3: Costruisci il tuo programma di auto-verifica
La maggior parte dei consigli sul consumo di informazioni riguarda la quantità. Tuttavia, credo conti di più la qualità del processo con cui l’informazione diventa giudizio.
Step 1. Per ogni contenuto su cui ti formi un’opinione, chiediti: conosco le premesse su cui si fonda questa affermazione? Conosco le obiezioni principali che le vengono mosse? Ho letto qualcosa scritto da chi la pensa diversamente? Non è necessario rispondere sì a tutte e tre per avere un’opinione, ma è necessario sapere a quale delle tre non hai risposto. L’ignoranza consapevole è molto più solida dell’ignoranza inconsapevole.
Step 2. Mantieni una lista di “affermazioni che ho creduto e poi ho dovuto rivedere”. Non come esercizio di umiltà performativa, ma come calibrazione: ti aiuta a riconoscere i pattern di contenuto o di fonte che ti hanno ingannato più frequentemente, e a costruire un filtro interno più preciso.
Step 3. Scegli un argomento al mese su cui approfondire deliberatamente la posizione opposta alla tua. Non devi necessariamente cambiare punto di vista, però è utile capire dove i tuoi argomenti reggono e dove si basano su assunzioni non verificate. Questo è l’esercizio più direttamente rilevante per l’immunità alla manipolazione narrativa: chi conosce le debolezze del proprio ragionamento è molto meno manipolabile di chi le ignora.
Il mio protocollo: tengo traccia delle cose che penso e di cui sono (abbastanza sicuro), anche attraverso questa newsletter. Utilizzo il principio del dubbio sistematico per mettere al vaglio le mie convinzioni, mi confronto, e seleziono le fonti che sposano questo mio approccio.
Protocollo 4: Proteggi il tempo dell’elaborazione
Controintuitivamente, la vera comprensione e la sedimentazione delle conoscenze avviene nelle pause, e non tanto durante la ricezione dell’informazione. Durante i momenti di sosta cognitiva, il cervello integra, connette, verifica la coerenza interna di ciò che ha ricevuto con ciò che già sa. Questo processo viene sistematicamente eliminato dall’assenza di pause nell’ecosistema digitale attuale, colonizzato da engagement costante.
Step 1. Inserisci ogni giorno almeno due momenti di silenzio cognitivo: una camminata senza podcast, un pasto senza schermo, un tragitto senza musica. Non ti chiedo di fare l’asceta digitale, ma di creare uno spazio operativo per il processo di elaborazione che altrimenti non trova il modo di fare un backup.
Step 2. Una volta a settimana, dedica una mezzoretta alla scrittura di qualcosa che hai pensato o letto nei giorni precedenti. Senza riferimenti, senza controllare fonti: solo ciò che ricordi e come lo elabori. Questo esercizio è un bel test di comprensione reale perché mette in luce ciò che non riesci a spiegare con parole tue, e quindi ciò che resta da comprendere davvero.
Il mio protocollo: la meditazione, che te lo dico a fare, è uno strumento straordinario per far riposare la mente e per osservare con distacco i miei pattern cognitivi. Inoltre, dato che mangio spesso da solo, soprattutto a pranzo, ho deciso di non guardare o ascoltare nulla. Mangio e basta.
La democrazia non muore solamente a causa di colpi di stato e marce su Roma. Muore anche quando la capacità collettiva di costruire un significato comune si corrode lentamente, ma inesorabilmente, fino al punto in cui il peso di un ragionamento consapevole non trova più l’architettura mentale necessaria per sorreggerlo. Quell’architettura la si deve preservare come un antico teatro, altrimenti diventa preda del saccheggio e del vituperio populista. Il mio consiglio è di prendertene cura giorno per giorno, anziché ricostruirla da capo, dopo un’assalto predatorio.
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Dall’archivio di Trasumanare
Ascoltami molto bene
In quale momento storico ti piacerebbe andare, se potessi viaggiare nel tempo?Quando me lo chiedono, rispondo che sicuramente vorrei partire dal Neolitico, circa 17.000 anni fa, insieme ai cacciatori…








Bellissima news
Ah ecco. Se solo voi foste meno pecore...
Origine: È un fenomeno nato o esploso durante la pandemia di COVID-19, spesso interpretato come un tentativo disfunzionale di controllo o ricerca di informazioni.