Senti di aver perso la tua attenzione? Questa guida fa per te
Siamo diventati bravi a fare tante cose contemporaneamente e incapaci di farne bene una sola. Sette strategie concrete per smettere di vivere in una bozza e ritrovare il filo dell'attenzione.
Sono le nove di sera. Sei sul divano con il telefono in mano, e stai guardando una serie su Netflix che non hai scelto davvero. Sai che potresti (dovresti?) fare altro, eppure eccoti lì.
È lunedì mattina. Apri il laptop con il desiderio impellente di “mangiare la rana” e affrontare di petto quella scadenza importante. Prima, però, una rapida occhiata alle mail, poi finisci su un thread, poi spizzichi un articolo, poi ti rialzi a fare il caffè e quando torni alla postazione hai pure dimenticato da dove volevi partire.
È domenica pomeriggio. Hai due ore libere, rare, preziose. Potresti leggere, camminare, riordinare, cucinare una torta. Invece apri il telefono per un secondo e quando lo richiudi sono passati quaranta minuti.
Ogni volta ti chiedi come cazzo è possibile. Ogni volta ci ricaschi. Quando te ne accorgi, senti di aver perso qualcosa che sembra sfuggita come un prigioniero che ti fa trovare una corda appesa dalla finestra aperta, o come una monetina scivolata fuori dalla tasca bucata dei tuoi jeans.
Quella cosa è la tua attenzione.
Non sto parlando della concentrazione contratta e nervosa di un esame, né di quella frenesia lucida e aspra dell’overthinker, parlo di un’attenzione antica e morbida: la capacità di stare dentro le cose, di abitarle, di lasciare che il tempo ti scivoli addosso senza imprigionarlo dentro una task.
Prima di continuare, ho una proposta per te. Due settimane fa ho pubblicato un sondaggio sull’intenzione di partecipare a un mio ritiro di meditazione estivo. Ebbene, la prossima settimana, da venerdì 17 a domenica 19 aprile terrò il mio primo retreat immerso nella natura, che non avevo condiviso qui perché era andato sold-out tra i primissimi contatti personali.
Questa settimana però, ho avuto due defezioni dell’ultim’ora (capita 🤷🏻) per cui se non vedessi l’ora di partecipare, sappi che si sono liberati due posti.
Clicca qui sotto per maggiori informazioni e per l’iscrizione ⤵️
darò la precedenza in base all’ordine di arrivo delle richieste
Quando ero piccolo, aspettavo lo scuolabus senza niente in mano, guardando le formiche trasportare immensi chicchi sulla testa, oppure me ne stavo pomeriggi interi a giocare con quattro macchinine sul circuito di pietra a bordo del giardino, o ancora facevo lunghi giri in bicicletta con l’unica intenzione di arrivare un po’ più lontano da casa dell’ultima volta, e se ero fortunato scoprivo un nuovo laghetto dentro cui buttare sassi, nella speranza di risvegliare un antico mostro sottomarino.
La mindufulness non era ancora cool, e non era nemmeno un’app. Era una condanna silente all’occupazione del presente; era semplicemente il mondo, prima della colonizzazione.
Adesso ci siamo attrezzati diversamente: abbiamo installato un ladro nelle nostre tasche a cui conferiamo doti divinatorie, che consultiamo con micro-rituali trenta, quaranta, cinquanta volte al giorno: al semaforo rosso, in fila alla posta, mentre l’acqua bolle, nei trenta secondi di pubblicità tra un episodio e l’altro.
Il vuoto è diventato un incendio incontrollato che dobbiamo tenere a bada con l’idrante della distrazione continua: un enorme dispendio di risorse, a patto di non essere bruciati.
Le conseguenze di tutto questo non sono astratte. Chi non riesce più a stare dentro una cosa sola alla volta paga un prezzo concreto: a lavoro produce movimento senza direzione, alimentando la sensazione cronica di essere sempre indietro. Nelle relazioni è presente col corpo e assente con la testa, e chi gli sta vicino lo sente, anche senza dirlo. Persino le finanze personali soffrono: le decisioni impulsive, gli acquisti distratti, l’incapacità di programmazione e l’urgenza di risultati immediati costano soldi veri.
E poi cosa rimane, del senso di una vita, se continui a vivere nella bozza di un progetto rimandato, mentre speri di trovare una risposta nel prossimo reel?
Di seguito, ho riordinato le strategie per riprendere il controllo dell’attenzione che ho adottato io stesso, e che negli anni mi hanno profondamente cambiato. Non ci sono dubbi che possano cambiare profondamente anche te.
Una nota: la mia vita ha una forma un po' strana, e i ritmi che mi sono costruito non sono trapiantabili ovunque. Non è una gara, e questo non è un manifesto da seguire alla lettera. Prendi quello che ti appartiene, il resto magari arriverà più avanti.
1. Niente social app sul telefono
Non voglio farti il pippone sulla sparizione totale dal mondo digitale. Non è obbligatorio cancellare tutti gli account e sprofondare nell’oblio sociale, in quanto il nemico non è la piattaforma in sé. È il suo accesso immediato, senza attrito, sempre disponibile. Finché l’app è lì, il tuo cervello ha un’opzione, e finché ha un’opzione, prima o poi la negozia. Solo un secondo. Solo un’occhiata. Ho lavorato tanto oggi. Quella negoziazione, per quanto piccola, ti costa qualcosa ogni volta.
Togliere l’app non è una rinuncia: è eliminare la scelta prima che il cervello possa sceglierla. Quei trentaquattro secondi in più che ci vogliono per aprire il browser, digitare l’indirizzo, fare il login, bastano per chiedersi se ne valga la pena. Quasi mai la risposta è sì.
Io entro su Instagram (non ne uso altri) una volta al mese, da desktop, nel caso qualcuno mi avesse scritto in privato. E quando ci entro mi sento immediatamente in uno spazio scomodo, caotico, come in quei mercati per turisti di Marrakesh in cui sei perennemente strattonato da qualche venditore affabile. Succederà anche a te, e allora la dipendenza si tramuterà in fastidio, e avrai vinto la partita.
Le mie eccezioni:
Controllo Substack giornalmente (da desktop) per mantenere le interazioni con lettori e lettrici, e per leggere i bellissimi articoli che vengono pubblicati.
Utilizzo YouTube per i video long-form (da desktop), soltanto nei momenti destinati a studio/formazione che mi ricavo nella giornata.
*Zero scrolling, zero contenuti brevi.
2. Una cosa per volta
Ho scelto di tornare alla dedizione del contadino, del cecchino, del chirurgo. Nessuno di loro può permettersi di controllare le notifiche mentre ara la terra, mette a fuoco il bersaglio, applica dei punti di sutura.
Invece, mi sembra che la società contemporanea abbia trasformato la dispersione in virtù, affibbiandole l’etichetta del multitasking, e ne abbia fatto un vanto.
Se cammino, cammino e basta. Se guido, guido e basta. Se sono sul water, ehm…la faccio e basta. Se vado a correre, corro e basta. Se guardo un film, non controllo il telefono. Mentre mangio, mangio e basta: perché fagocitare un pasto con gli occhi persi su uno schermo è come ricevere una lettera d’amore e usarla per accendersi una sigaretta.
Disclaimer: lo so che hai già la vita incasinata e almeno mentre sei incastrata nel traffico non vedi l’ora di piazzare il tuo lunghissimo podcast-intervista preferito nelle orecchie. Ci sta. Però, che ne so, due tragitti a settimana, prova a restare in silenzio e ascoltare cosa hanno da dirti i tuoi pensieri.
Le mie eccezioni:
Durante i lunghi viaggi in auto ascolto un buon audiolibro o della musica, ma cerco di evitarlo per gli spostamenti brevi e quotidiani.
Amo ascoltare gli audiolibri o i podcast mentre cammino, ma se esco di casa a piedi o in bici per fare delle commissioni, allora non ascolto nulla.
Ascolto musica o audiolibri mentre faccio le pulizie di casa; questo è il mio guilty pleasure :)
3. Mezzora di natura
Sono piuttosto convinto che trenta minuti al giorno di presenza nella natura facciano cose che nessuna app di meditazione riesce a replicare. Non lo dico come prescrizione medica, lo dico come uno che l’ha vissuto sulla propria pelle: certi pesi si alleggeriscono fuori, all’aria aperta, in modi che dentro quattro mura non succedono.
Sorridere a un primo fiore di marzo mentre si gira verso un sole pallido con una sua speciale timidezza. Camminare in mezzo a un bosco che sussurra una canzone con le sue fronde che paiono mani su una chitarra. Sedersi lungo un fiume facendogli portare via, con la flemma di un netturbino, tutto lo sporco rimasto dell’anima. Fermarsi nel parchetto sotto casa per assistere i piccioni mentre si azzuffano intorno all’incarto di una merendina, come in una riunione di condominio qualsiasi.
Stare in mezzo al mondo senza avvertire una separazione, diventandone parte, smettendo di assistere e iniziando a esistere. In quel momento, sei nell’attenzione, cristallina, lucida, inattaccabile.
4. Blocchi temporali
Quarantacinque minuti di attenzione, quindici di svago, telefono in modalità non-disturbare. Ripeti.
Non come sacrificio, ma come architettura. Quando imposti un blocco di tempo definito, il cervello smette di negoziare sul quando. La decisione è già presa, il confine è già tracciato. Non devi chiederti per quanto ancora. Sai che tra esattamente tredici minuti puoi tornare all’amata distrazione, per un piccolo intervallo. Quella certezza allontana l’ansia da prestazione e ti lascia libera di entrare davvero nel flusso.
All’inizio sembra una gabbia. Poi si capisce che è l’opposto: è il recinto dentro cui finalmente si riesce a costruire qualcosa.
A me capita spesso, ormai, di saltare il break a piè pari perché sono dentro uno stato di grazia che non voglio interrompere. Quella sensazione di essere completamente dentro qualcosa è tra le più soddisfacenti che esistano. E si raggiunge solo se prima vengono definiti i limiti che la rendono possibile.
5. Long is megl che short
Ho smesso di consumare frammenti.
Libri > Abstract
Long-form > Reels
Album > Playlist
Meno quantità, più qualità.
Sapere una cosa è diverso dall’averla capita. Il fatto di scorgere un fatto in un post ti illude di controllare quell’informazione, ma stai solamente occupando spazio cognitivo inutilmente. Meglio le cose lunghe, ponderate, auto-concludenti, che ti chiedono pazienza e in cambio ti regalano conoscenza.
La prossima volta che ti viene voglia di aprire TikTok, guarda la libreria, prendi un libro tra i tanti che aspettano di essere letti, e inizia a leggerlo.
6. I vuoti, vuoti
Tutte le volte che prendo la machina vedo motociclisti che si fanno una scrollata su un’app nell’attesa di un semaforo rosso. Sono trenta secondi, per dio! Mi domando se il mondo sia diventato seriamente così insopportabile e noioso da guardare, per trenta secondi.
Io ho smesso di riempire i momenti di attesa: la sala d’attesa dal medico, la fila al supermercato, l’acqua che bolle, una tratta sui mezzi pubblici. All’inizio ci si sente strani, occhi nel vuoto senza motivo apparente, disadattati in mezzo a gente china sullo schermo. Poi ci si abitua e ci ritrova a vagare dentro un’idea, un ricordo, una connessione tra due concetti che aspettava solo quel vuoto per mostrarsi. Sono un bel laboratorio, le attese.
7. Le mani occupate
Quando le mani si muovono i pensieri smettono di inseguirsi. Funziona sempre.
Negli ultimi anni ho riscoperto diverse attività manuali che mi tengono molta compagnia: giardinaggio, fai-da-te, pittura, cucito, cucina…quest’inverno ho anche acquistato un vecchio Fiat Doblò da camperizzare, e mi sto divertendo un sacco a personalizzarlo.
Anche le prime bozze di queste newsletter le scrivo a mano, con carta e penna. Non so, mi sembra di ordinare meglio le idee.
Se sei arrivata o arrivato fin qui, ti chiedo solo una cosa: non lasciare scivolare tutto nel lavandino. Appuntati almeno una delle sette strategie, quella che senti più vicina, e prova a metterla in pratica, da domani mattina. Togli un’app. Mangia un pasto senza schermo. Guida per una volta in silenzio. Poi dimmi com’è andata.
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