La follia è la normalità; la sanità mentale il miracolo
L'uomo medio, pur pensando di essere desto, è in realtà per metà assopito. La maggior parte di ciò che egli crede sia realtà non è altro che un insieme di finzioni costruite dalla sua mente.
Ho appena finito di leggere un saggio di Erich Fromm, scritto a metà del Novecento, che intreccia psicoanalisi e buddhismo zen come se fossero fili del medesimo arazzo culturale. Non è stato facile da tenere in mano, perché avevo la costante sensazione che mi stesse spiando, con una sonda dritta nel cervello, mentre sfogliavo le sue pagine innocue.
Un concetto in particolare mi ha costretto a fermarmi, appuntare qualche nota, e guardare il soffitto in cerca di un’epifania rassicurante: la follia non è l’eccezione alla condizione umana, ma la sua forma naturale. Cioè, il punto di partenza, non la deviazione dallo standard.
Perché nasciamo in un mondo che non abbiamo scelto, con una coscienza che ci separa da tutto il resto e la certezza della perdita già inscritta nel primo respiro, che infatti è un lungo pianto.
In queste condizioni, la tenuta psichica non è lo stato normale, è il miracolo.
La domanda giusta, allora, non è perché ci siano così tante persone fragili, disorientate o folli. La domanda è come, per secoli, così poche lo siano diventate. Come abbiano retto. Con quali stratagemmi.
Questo articolo è un tentativo di rispondere. O almeno, di stare con la domanda abbastanza a lungo da smettere di averne paura.
C’è una parola che il nostro tempo ha smesso di pronunciare. Non per pudore, non per dimenticanza, ma per il suo timore intrinseco. La follia.
Non la follia dei manicomi, delle diagnosi, dei codici ICD. L’altra. Quella più antica, più vera, più democratica. La follia che Fromm vede come il fondale permanente dell’esistenza umana, non l’eccezione ma la regola. Non la deviazione, ma il punto di partenza.
Siediti con questa idea, e se vuoi fissa insieme a me il soffitto per qualche istante.
L’essere umano nasce separato. Nasce solo, strappato da quell’unità calda e buia in cui non c’era ancora un io che soffrisse la propria solitudine. Da quel momento in poi, tutta la sua vita è una goffa risposta a una domanda che nessuno gli ha insegnato a formulare: come si fa a stare al mondo, sapendo di essere soli, sapendo di finire, sapendo che niente di tutto questo ha un senso che regga davvero a lungo, nel buio di una notte insonne?
Questa domanda non la fa la mente. La fa il corpo, il respiro, il petto quando si stringe alle tre di mattina senza un motivo preciso. La fa tutta la tua persona, scrive Fromm, quella che pensa e sogna, che dorme e mangia, che piange e ride.
E la risposta più comune, per millenni, è stata semplice: trovare qualcosa a cui aggrapparsi.
La religione. Il re. Il villaggio. Il partito. Il lavoro. La famiglia come destino, non come scelta. Per secoli questi guardrail esistenziali hanno retto. Non perché fossero veri, necessariamente, ma perché erano solidi. Perché davano la sensazione di un appoggio contro la caduta. Perché permettevano a milioni di persone di non guardare l’abisso, di vivere rivolti dall’altra parte, di morire senza averlo mai visto davvero in faccia.
E così la follia, che secondo Fromm dovrebbe essere la norma, è diventata rara ed esotica. Non perché gli esseri umani di un tempo fossero più forti o più sani, ma perché vivevano dentro strutture che assorbivano il tremore, che davano forma al caos, che ammutolivano la coscienza prima ancora che iniziasse a urlare.
Oggi i guardrail cedono sotto il peso di autobus alla deriva, le reti si sono allentate, sfilacciate, o spezzate del tutto. E ci hanno detto di sentirci fortunati: più libertà, più scelte, più versioni possibili di noi stessi. Eppure non siamo mai stati così stanchi. Così esposti. Così vicini al bordo. Non è strano, dunque, che intorno a noi ci siano così tante persone che franano.
Il fenomeno dell’aumento delle diagnosi di neuro-divergenze, deficit dell’attenzione, o fragilità psichiche, è la diretta conseguenza del fatto che stiamo togliendo il velo, o buttando già il muro di protezione.
Benessere significa infine rinunciare al proprio Io, mettere da parte la cupidigia, smettere di inseguire la propria conservazione e il rafforzamento dell’Io, essere e sperimentare se stessi nell’atto di essere, non in quello di avere, accumulare, bramare, usare. Erich Fromm - Psicoanalisi e buddhismo zen
Stiamo smettendo di chiamare “normale” ciò che era semplicemente addomesticato. La sofferenza psichica non è aumentata. Ha smesso di nascondersi dentro rituali, gerarchie, obbedienza.
Shakespeare lo aveva intuito nel XVI secolo, grazie a quella tenera crudeltà che appartiene solo ai giganti. I suoi folli, Amleto, Ofelia, il giullare di Re Lear, non sono le eccezioni al mondo ordinato. Sono il mondo, senza la maschera. Il re sembra sano. Il cortigiano finge. Ma il folle dice la verità. La dice obliquamente, la dice ridendo, la dice mentre tutti lo ignorano, e proprio per questo la dice tutta intera.
Benché questa sia follia, c’è tuttavia del metodo. Polonio credeva di giudicare Amleto, e invece Amleto lo stava studiando.
Allora viene da chiedersi: e se avessimo capito tutto al contrario? Se se la domanda giusta non fosse come si guarisce dalla follia, ma come si impara ad attraversarla?
Fromm distingue due risposte alla condizione umana. La prima è tornare indietro: aggrapparsi alla madre, al padre, alla razza, allo stato, al denaro, a qualsiasi cosa che finga di essere un grembo. È la risposta del conformismo, della dipendenza, dell’obbedienza. È anche, nella sua forma più estrema, la risposta della morte psichica: vivere fisiologicamente ma desiderare soltanto il buio. La seconda risposta è andare avanti, nascere completamente. Potenziare la consapevolezza fino al punto in cui l’isolamento non spaventa più, perché si è trovata una comunione più profonda, non con una struttura, non con un’ideologia, ma con la realtà così com’è, nuda, senza filtri.
La nascita non è un atto unico, bensì un processo. E la tragedia è che la maggior parte di noi muore prima di nascere davvero. Erich Fromm - Psicoanalisi e buddhismo zen
Nascere. Non aggrapparsi. Non tornare indietro. Andare dentro e non restare fuori. Verso quella parte di sé che si è sempre tenuta lontana perché faceva troppa paura.
I grandi contemplativi di tutte le tradizioni, dai monaci zen ai mistici cristiani, hanno sempre detto la stessa cosa con parole diverse: bisogna farsi vuoto. Non nel senso dell’assenza, del niente, della resa. Nel senso di disponibilità pura. Di apertura totale. Di togliersi di mezzo per lasciare che la realtà entri senza filtri, senza che l’io la deformi col peso dei propri desideri e delle proprie paure.
Fromm lo chiama “benessere”. Lo definisce come essere svegli, vuoti nel senso zen, disponibili, reattivi, sensibili. Uno stato in cui l’io smette di combattere la realtà e comincia, finalmente, a incontrarla.
Ma per arrivare lì bisogna passare attraverso una soglia, un confine, una porta dello spavento supremo, come l’avrebbe chiamata Battiato.
Immagina di sederti sul davanzale di una finestra al cinquantesimo piano. Non per buttarti, solo per stare lì. Con la città sotto che ronza, il vento che tira e un centinaio di metri di vuoto che cominciano sotto le tue scarpe.
La vertigine arriva subito. È normale e giusta, vitale.
Chi non ha mai meditato immagina che la pace che si cerca in quella pratica assomigli all’anestesia. A una stanza senza finestre, ovattata, lontana. Ma chi si è seduto per davvero, chi ha tenuto duro quando la mente voleva scappare, quando il corpo chiedeva di alzarsi, quando il silenzio si trasformava in un rave party, sa che è il contrario. È un avvicinarsi al bordo, è la vertigine che sale e si conosce, si riconosce, fino a quando non fa più lo stesso effetto. Non perché sparisca. Ma perché diventa familiare.
Chi cade giù, cade perché ha paura della paura, e si sbilancia nel tentativo di fuggirla. Chi rimane seduto ha fatto pace con la vertigine, dopo averla guardata così a lungo da riconoscerla come parte di sé.
Accettare di essere nulla suona come quelle frasi che sembrano profonde ma non mordono davvero.
Tuttavia, se ci lasciamo mordicchiare, scopriamo che l’io che difendiamo ogni giorno come una fortezza, che nutriamo di titoli e relazioni e opinioni e storie su noi stessi, è una costruzione. Fragile, necessaria, temporanea. Ce lo mostra ogni perdita vera. Ogni notte insonne. Ogni momento in cui la vita smette di comportarsi come avevamo deciso.
Eppure, nella resa c’è una sorpresa. Chi smette di difendere il fortino, non trova il vuoto. Trova uno spazio. Uno spazio in cui qualcosa di più grande dell’io può finalmente respirare.
I monaci zen lo chiamano satori; quell’illuminazione improvvisa che Fromm descrive come pieno risveglio alla realtà della personalità nella sua totalità. Un inciampo dentro la realtà, così completo e diretto da sembrare, a un’occhio esterno, una forma di follia.
Sappiamo quello che siamo, ma non sappiamo quello che potremmo diventare. Lo dice Ofelia, che solo in quanto folle può dirlo davanti a tutti.
Eccola, allora, la soglia. Dove si impara che la vita non si tiene a distanza di sicurezza, ma si abita tutta intera, anche nelle sue parti che fanno paura, anche nel tremore, anche nell’insignificanza.
Forse anche tu riconosci quella vertigine. E forse sai già che la meditazione consiste proprio nell’imparare a sedersi sul davanzale, con il vuoto sotto, senza doversi alzare di scatto.
Se senti che è il momento di cominciare, o di ricominciare, ti invito a fare il primo passo: una chiacchierata, gratuita, senza impegno, senza fretta. Andiamo a sederci sul bordo.
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"La follia non è l’eccezione alla condizione umana, ma la sua forma naturale".
Mi sembra ovvio. Il nostro inconscio è tremendamente più veloce e più potente della coscienza. L'inconscio ci domina su tutto perché è inconsapevole, irrazionale e automatico. Senza considerare le manchevolezze della coscienza che per quanto ormai sia diventata scienza, continua nel suo errore originario delle rimozioni dei poli negativi.
L'umanità è allo sbando perché non ha ancora compreso che i poli opposti devono restare accoppiati, cioè uniti e integrati. Soltanto l'unione o integrazione assicura l'equilibrio e la moderazione e quindi il rispetto degli altri, mentre la divisione o separazione crea squilibrio e depravazione.
Rimuovendo o sopprimendo un polo si diventa succubi del polo opposto. Rimuovendo l'infelicità, per esempio, si diventa succubi della felicità, e cioè non si mai contenti, mai sereni, mai appagati. Insomma, come ho ribadito nel mio articolo IL GRAVE ERRORE DELLA COSCIENZA che consiglio paternamente di leggere, il polo positivo da solo non serve a nulla!
Purtroppo comprendeere la dannosità delle rimozioni dei poli negativi non è per niente facile, specialmente per i benpensanti, poiché si tratta di un concetto fortemente controintuitivo!
IL MALE NON é DANNOSO SE E' EQUILIBRATO DAL BENE.
L'ODIO NON é DANNOSO SE E' EQUILIBRATO DALL'AMORE.
LA FALSITA' NON é DANNOSA SE E' EQUILIBRATA DALL VERITA'.
L'equilibrio e la moderazione rappresentano da sempre il fulcro dell'umanità.