29 misteri insondabili che non riusciamo a spiegare
Alcune domande non hanno risposta. Non ancora, o forse non ce l’avranno mai. Eppure sono proprio quelle che ci rendono umani.
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Ah, sono di nuovo andato molto lungo, per cui ti consiglio di aprire il post sul browser perché è probabile che la mail sia troncata.
Quando ero piccolo, quasi tutte le estati frequentavo un campo estivo in Val Varaita, nella struttura della parrocchia di un piccolo comune chiamato Frassino, in provincia di Cuneo. Per tutti noi era una festa dei sensi: giochi all’aria aperta, camminate nella natura, veglie notturne di preghiera (che roba strana per noi!), laboratori artigianali e tanti momenti di confronto e riflessione.
Credo di aver avuto circa 11 anni quando, durante uno di quei simposi filosofici insieme agli animatori e alle animatrici, mi venne in mente una domanda “cosmica”: Ma se l’universo finisce da qualche parte, allora il nulla che colore ha?
Sì, ho sempre provato una forte attrazione gravitazionale per quel tipo particolare di vertigine che si prova quando ci si avvicina a certe domande. Adoro la sensazione di trovarmi sul bordo di qualcosa di enorme, di guardare giù senza riuscire a vedere il fondo.
La scienza moderna ha risposto a migliaia dei dilemmi che per secoli sembravano inaccessibili: sappiamo com’è fatto il nucleo di un atomo, sappiamo come si formano le stelle, abbiamo sequenziato il genoma umano e mandato sonde oltre i confini del sistema solare. Eppure alcuni dubbi fondamentali restano lì, immobili, impermeabili a qualsiasi strumento che abbiamo costruito.
Quello che segue non è un elenco di lacune scientifiche temporanee, cose che capiremo “tra qualche decennio”. Sono grattacapi che potrebbero restare irrisolti in aeternum, per i limiti strutturali della conoscenza umana o per la natura stessa della realtà. Alcuni ci accompagnano da millenni, altre sono emersi di recente, come sorprendenti sottoprodotti della scienza stessa.
Tutti questi 29 misteri hanno in comune una caratteristica: più li osservi da vicino, più diventano grandi.
1. Cos’è quella sensazione di “sentirsi vivi”?
Prendete un neurone. Poi prendete cento miliardi di neuroni, collegateli con centinaia di trilioni di sinapsi, fateli sparare segnali elettrici a velocità incredibile. Ottenete un cervello che elabora informazioni, regola il corpo, risponde all’ambiente. Ma a un certo punto, in questo meccanismo biologico straordinariamente complesso, succede qualcosa che nessuna equazione riesce ancora a spiegare: appare un’esperienza soggettiva. Appare il rosso quando guardi una rosa. Appare il dolore quando vi scottate un dito. Appare la nostalgia quando senti una canzone. Il filosofo David Chalmers ha chiamato questo fenomeno: Hard Problem of Consciousness.
Il punto non è capire quali processi cerebrali producono la coscienza. Il punto è capire perché quei processi producano un’esperienza invece che puro buio computazionale. Un robot potrebbe in linea di principio fare tutto quello che fa il tuo cervello senza “sentire” nulla dall’interno. Cosa aggiunge, esattamente, quell’esperienza soggettiva? Perché l’universo ha deciso che certe configurazioni di materia dovrebbero sentire se stesse? È uno dei quesiti filosofici più antichi e più strani che l’umanità abbia mai formulato, e oggi, nell’era dei supercomputer e delle neuroimmagini ad alta risoluzione, siamo quasi esattamente dove eravamo all’inizio.
2. Gli animali percepiscono se stessi?
Nel 1974 il filosofo Thomas Nagel scrisse un saggio diventato famoso con un titolo molto pop: What is it like to be a bat? Come ci si sente a essere un pipistrello? Un pipistrello vive in un mondo costruito di echi, percepisce la realtà attraverso l’ecolocalizzazione, “vede” lo spazio come una mappa sonora. Ma c’è qualcosa che fa effetto, per lui, navigare in quel mondo? C’è un’esperienza interiore, una soggettività, qualcuno che si auto-percepisce? La risposta onesta è che non lo sappiamo, e probabilmente non lo sapremo mai.
A questo proposito, ho appena finito di ascoltare I figli del tempo di Adrian Tchaikovsky, un romanzo sci-fi meraviglioso, dove ci sono animaletti che acquisiscono il tratto umano della coscienza in modalità sorprendenti. Te lo consiglio.
3. Perché dormiamo?
Sembra una domanda ingenua, quasi buffa. Dormiamo perché siamo stanchi. Dormiamo perché il corpo ha bisogno di riposo. Ma quando la biologia evolutiva inizia a guardare il sonno da vicino, la domanda diventa molto meno ovvia. Dormire significa perdere conoscenza, restare immobili, essere vulnerabili ai predatori per ore. Per un organismo che cerca di sopravvivere, è un comportamento che ha costi altissimi. L’evoluzione non mantiene qualcosa di così costoso senza un buon motivo, e tuttavia dopo decenni di ricerche intense non abbiamo ancora capito esattamente quale sia quel motivo.
Sappiamo alcune cose: durante il sonno il cervello consolida la memoria, il sistema glinfatico rimuove le tossine accumulate, il sistema immunitario si riorganizza. Ma nessuna di queste funzioni sembra da sola sufficiente a giustificare l’esistenza del sonno come lo conosciamo. E poi c’è il sogno: uno stato mentale straordinariamente elaborato, narrativamente ricco, emotivamente intenso, che sembra non servire a nulla di ovvio. Freud ci ha costruito sopra un’intera teoria della psiche, e i neuroscienziati ancora ci litigano. Il sogno resta uno dei grandi enigmi del cervello, un cinema notturno che si apre ogni notte in miliardi di menti senza che sappiamo davvero chi abbia scritto la sceneggiatura.
4. Cosa succede alla coscienza quando moriamo?
Ci sono pazienti che vengono rianimati dopo un arresto cardiaco e raccontano di aver “visto” la sala operatoria dall’alto, di aver percorso tunnel luminosi, di aver incontrato persone care già scomparse. Sono esperienze talmente coerenti tra loro, talmente simili in culture diverse e in persone che non si conoscono, da costituire un fenomeno che merita attenzione scientifica seria. E la scienza, in effetti, l’ha presa sul serio: studi come il progetto AWARE hanno cercato di verificare se i pazienti in arresto cardiaco potessero davvero “vedere” cose verificabili dall’esterno durante la loro esperienza. I risultati sono inconcludenti, e probabilmente lo resteranno.
Il problema è strutturale. Per definizione, non possiamo avere un testimone oggettivo di cosa succede dopo la morte definitiva. Le esperienze di pre-morte sono per forza esperienze di persone che sono poi sopravvissute, e quindi non sono “morte” nel senso pieno. Potrebbero essere artefatti neurologici prodotti da un cervello in crisi di ossigeno, oppure potrebbero essere qualcosa di più.
In ogni caso, la domanda su cosa ci sia dopo, se c’è qualcosa, è forse l’unica domanda della lista che per ragioni logiche non potrà mai avere una risposta verificabile. È irrisolvibile per costruzione.
5. Il libero arbitrio esiste davvero?
Nel 1983 il neuroscienziato Benjamin Libet condusse un esperimento che ha fatto tremare i filosofi da allora. Chiedeva ai soggetti di flettere il polso quando volevano, annotando il momento in cui percepivano di “volerlo fare”. Nel frattempo misurava l’attività cerebrale e scoprì qualcosa di sconvolgente: il cervello mostrava un’attività preparatoria chiamata Readiness Potential circa 550 millisecondi prima del movimento, ma la sensazione conscia di “voler fare” arrivava solo 200 millisecondi prima. Ossia, il cervello si preparava ad agire quasi mezzo secondo prima che la mente conscia “decidesse” qualcosa.
Questo significa che il libero arbitrio è un’illusione? Che siamo marionette di processi neurologici inconsci che poi la coscienza rivendica come propri? Le implicazioni, converrai con me, sono abissali: il sistema giuridico si basa sull’idea di responsabilità personale, la morale si basa sull’idea di scelta. Se la scelta è un’elaborazione postuma di qualcosa già deciso nel buio della biologia, cosa rimane? I filosofi hanno trovato mille obiezioni all’esperimento di Libet, e alcune sono in effetti solide. Ma la domanda non è andata via. Chi sta davvero leggendo queste righe? E chi ha deciso di farlo?
6. Cosa c’era prima del Big Bang?
È probabilmente la domanda più vertiginosa che esista. Circa 13,8 miliardi di anni fa l’universo è esploso in esistenza da uno stato di densità e temperatura infinita. Ma che cosa c’era prima? La risposta più rigorosa che la fisica può dare è che la domanda è mal posta (come diceva Quelo): il tempo stesso è nato con il Big Bang, e “prima” implica l’esistenza del tempo. Chiedere cosa c’era prima del Big Bang è come chiedere cosa c’è a nord del Polo Nord.
Eppure questa risposta, per quanto logicamente coerente, non placa la vertigine, e neppure la mia curiosità adolescenziale sul colore del nulla. Se il tempo ha avuto un inizio, allora esiste un momento prima del quale non esisteva nessun “momento”. Alcune teorie cosmologiche moderne tentano di aggirare il problema: l’universo potrebbe essere un eterno rimbalzo tra Big Bang e Big Crunch, oppure potrebbe essere emerso da una fluttuazione quantistica del vuoto. Ma queste soluzioni spostano soltanto il problema più indietro. Perché c’è quel vuoto quantistico? Perché esistono quelle leggi fisiche? Da dove vengono? A ogni risposta la domanda si ritira di un passo, come un orizzonte che non si raggiunge mai.
7. Cos’è la materia oscura?
Guardate il cielo di notte e avrete l’impressione di guardare l’universo. In realtà state vedendo solo il cinque per cento di ciò che esiste. Il resto dell’universo è fatto di qualcosa che non emette luce, non assorbe luce, non interagisce con la materia ordinaria in nessun modo diretto. La chiamiamo materia oscura, e costituisce circa il 27% del contenuto totale dell’universo.
E come siamo sicuri che esiste? Beh, perché le galassie ruotano in modi che non si spiegherebbero senza di lei, perché le strutture cosmologiche su grande scala non tornerebbero senza la sua presenza. Ma non l’abbiamo mai toccata, vista, catturata o identificata.
I fisici hanno proposto decine di candidati: le WIMPs, gli assioni, i neutrini sterili, persino buchi neri primordiali. Ogni candidato è stato cercato con strumenti sempre più sofisticati, in miniere profondissime schermate dalla radiazione cosmica, negli acceleratori di particelle più potenti mai costruiti. Niente. La materia oscura si sottrae a ogni tentativo di osservazione diretta con una sistematicità che comincia ad assomigliare a una beffa. Alcuni fisici iniziano a chiedersi se non stiamo guardando nel posto sbagliato, se la soluzione non richieda una modifica della teoria della gravità piuttosto che una nuova particella.
E non dimentichiamoci della cosiddetta energia oscura, che costituisce invece il 68% (SESSANTOTTO) dell’intero contenuto dell’universo.
Per farla breve, la materia ordinaria (barionica, che conosciamo) rappresenta un misero 5%. Tutto il resto è ignoto.
8. Perché esiste qualcosa invece che niente?
Questa è in assoluto la mia preferita, perché precede e sottintende tutte le altre.
Gottfried Wilhelm Leibniz la pose per la prima volta in termini filosofici nel 1714, ma l’umanità se la faceva da molto prima, seduta attorno ai fuochi preistorici guardando il cielo stellato. Perché c’è qualcosa? Perché l’universo, le stelle, la materia, le leggi fisiche, lo spazio e il tempo? La risposta “perché sì” non è una risposta, e la risposta “perché lo ha creato qualcuno” sposta il problema senza risolverlo: chi ha creato quel qualcuno?
La fisica ha provato a darle un fondamento tecnico: nel vuoto quantistico le particelle virtuali appaiono e scompaiono continuamente dal nulla, quindi il “nulla” potrebbe essere intrinsecamente instabile, destinato a generare qualcosa. Ma anche qui il problema si sposta: perché esistono le leggi fisiche che permettono questo? Perché esistono matematica e logica? Il filosofo Derek Parfit, uno dei più grandi del Novecento, ha passato decenni a ragionare su questa domanda e alla fine ha ammesso che probabilmente nessuna risposta potrà mai essere pienamente soddisfacente. La domanda è, quasi certamente, al di là di noi.
9. Siamo soli nell’universo?
Ci sono più stelle nell’universo osservabile che granelli di sabbia su tutte le spiagge della Terra, messe insieme. Attorno a molte di quelle stelle orbitano pianeti, e su almeno alcuni di quei pianeti le condizioni potrebbero essere favorevoli alla vita. Inoltre, i biologi hanno scoperto che la vita sulla Terra è straordinariamente resiliente: batteri che sopravvivono nelle fumarole idrotermali, in pozze di acido, nel ghiaccio antartico, nelle centrali nucleari. La vita, insomma, trova sempre una via. Eppure quando cerchiamo nell’universo qualcosa che risponda, il silenzio è totale, assoluto, un po’ inquietante.
Questo è il Paradosso di Fermi, dal fisico nostrano che nel 1950 chiese, più o meno, “ma allora dove sono tutti quanti?” Le spiegazioni proposte sono decine: forse la vita intelligente è rarissima, forse le civiltà si autodistruggono prima di poter comunicare, forse le distanze sono troppo grandi, forse stiamo cercando nel modo sbagliato, forse siamo in una “zona tranquilla” della galassia, forse c’è una “grande filtro” davanti a noi o alle nostre spalle (Snoop Dog ne sarebbe felice).
Ogni spiegazione apre nuove domande. La risposta vera, quella definitiva, non ce l’abbiamo (ancora). Su questo mistero mi sento piuttosto fiducioso che prima o poi un’apparizione aliena capiterà.
10. Quanti universi esistono?
La meccanica quantistica, nella sua interpretazione “a molti mondi” proposta da Hugh Everett nel 1957, suggerisce che ogni volta che una particella “sceglie” tra due stati possibili, l’universo si divide in due rami dove entrambe le opzioni si realizzano. Questo significherebbe che esiste un numero infinito di universi paralleli, uno per ogni biforcazione quantistica mai avvenuta dal Big Bang in poi. L’inflazione cosmica, la teoria che descrive l’espansione rapidissima dell’universo primordiale, suggerisce qualcosa di simile: regioni dell’universo che si espandono troppo velocemente per comunicare tra loro diventano universi separati, con costanti fisiche potenzialmente diverse.
Il problema è che queste teorie, per quanto matematicamente eleganti, potrebbero essere per definizione inverificabili. Un universo con cui non possiamo interagire in nessun modo è un universo che non possiamo studiare. Insomma, siamo nell’ambito della scienza o della metafisica? Il fisico George Ellis, ad esempio, sostiene che il multiverso non è scienza perché non è falsificabile. Altri fisici rispondono che l’eleganza matematica è già una forma di evidenza. La discussione è aperta, e aperta resterà probabilmente per sempre, perché la risposta vera è, per costruzione, al di là di ogni osservazione possibile.
11. Cosa c’è dentro un buco nero?
Un buco nero è una regione dello spazio dove la gravità è così intensa che niente, nemmeno la luce, riesce a scappare. Al suo centro c’è una singolarità: un punto di densità infinita dove le equazioni della relatività generale collassano e smettono di funzionare. “Collassano” non è una metafora: le equazioni producono risultati infiniti, e l’infinito in fisica è sempre il segnale che la teoria ha raggiunto il proprio limite, che al di là di quel punto non sa più cosa dire.
Stephen Hawking aveva proposto che i buchi neri evaporano lentamente emettendo radiazione termica, sollevando così un paradosso devastante: cosa succede alle informazioni fisiche degli oggetti che sono caduti dentro? La meccanica quantistica dice che le informazioni non possono essere distrutte. La relatività generale dice che dentro un buco nero vengono distrutte per sempre. Qualcosa di queste due teorie deve essere sbagliato, ma non sappiamo cosa. Negli ultimi anni i fisici teorici hanno proposto soluzioni sofisticatissime: ologrammi, isole di informazione, firewall quantistici. Nessuna è conclusiva. L’interno di un buco nero resta il posto più inaccessibile di (questo) universo, un luogo dove la fisica si arrende.
12. Perché le costanti fisiche hanno esattamente questi valori?
Se la costante gravitazionale fosse leggermente più forte, le stelle collasserebbero tutte in buchi neri prima di avere il tempo di formare elementi pesanti. Se la forza elettromagnetica fosse leggermente diversa, gli atomi non si formerebbero. Se il rapporto tra la massa del protone e quella dell’elettrone cambiasse di poco, la chimica smetterebbe di funzionare. L’universo sembra regolato su una manciata di costanti fisiche con una precisione che ha dell’incredibile, e noi non abbiamo la minima idea del perché abbiano esattamente quei valori.
Il principio antropico dice che osserviamo questi valori perché solo in un universo con questi valori potremmo esistere noi a osservare qualcosa. È una risposta logicamente valida ma profondamente insoddisfacente, perché non spiega nulla sul piano fisico. L’ipotesi del multiverso aggira il problema: se esistono infiniti universi con costanti diverse, non c’è nulla di misterioso nel trovare che abitiamo quello compatibile con la nostra esistenza. Ma il multiverso, come abbiamo visto, porta con sé i propri abissi insondabili.
13. Come è nata la vita dalla materia non vivente?
Quattro miliardi di anni fa la Terra non era ancora quel paradiso che sarebbe diventato (e che inesorabilmente degradando): c’erano oceani di acqua primordiale ribollente, un atmosfera priva di ossigeno, sotto un bombardamento costante di meteoriti. Eppure in quel caos è avvenuto qualcosa di straordinario: alcune molecole hanno cominciato a replicarsi, a costruire membrane, a scambiare energia con l’ambiente. Dalla “chimica” è nata la “vita”. Questo salto è il più grande mistero della biologia, e forse della scienza intera. Sappiamo che è successo perché, ehm, eccoci qui, ma non sappiamo come.
Le ipotesi sono tante e affascinanti: dalle piscine calde, tide pools, dove le molecole si concentravano e si combinavano alle fumarole idrotermali negli abissi oceanici con i loro gradienti di pH perfetti, dalle superfici minerali dell’argilla che potevano fungere da catalizzatori alle stesse meteoriti che portavano aminoacidi dallo spazio. WOW! La scoperta, negli anni Cinquanta, che l’esperimento di Miller e Urey poteva produrre aminoacidi dalla chimica prebiotica, sembrava aprire la strada. Ma costruire un aminoacido è lontanissimo dal costruire una cellula funzionante, con il suo DNA, i suoi ribosomi, le sue membrane. Tra la chimica più complessa e la vita più semplice c’è ancora un abisso che non siamo riusciti a colmare.
14. Perché facciamo sesso?
È una domanda al’apparenza pudica e innocente, ma nasconde uno dei problemi più spinosi della biologia evoluzionistica. La riproduzione sessuale è tremendamente costosa in termini evolutivi: ogni individuo trasmette soltanto il 50% dei propri geni alla generazione successiva, invece del 100% che otterrebbe riproducendosi asessualmente. Questo significa che un mutante asessuale all’interno di una popolazione sessuale ha immediatamente il doppio del vantaggio riproduttivo. Eppure quasi tutti gli organismi complessi si riproducono sessualmente. Perché?
John Maynard Smith, uno dei più grandi biologi evoluzionisti del Novecento, lo chiamò “il paradosso del sesso” e ammise che era il problema più difficile della sua disciplina. Ancora una volta, le ipotesi abbondano, ma te ne riporto due: il sesso mescola i geni e produce variabilità genetica, che aiuta le specie ad adattarsi ai parassiti in continua evoluzione (ipotesi della Regina Rossa). Oppure il sesso elimina le mutazioni deleterie che si accumulerebbero in un genoma asessuale (ipotesi di Muller). Entrambe le spiegazioni hanno senso parziale, nessuna convince del tutto, cosicché, ogni tanto qualche biologo propone una soluzione nuova che convince per un po’ e poi viene problematizzata. Il sesso ci piace da matti, ma resta un mistero.
15. Perché invecchiamo e moriamo?
Turritopsis dohrnii è una medusa grande quanto un’unghia del mignolo. Quando è sotto stress o invecchia, fa una cosa che non dovrebbe essere possibile: torna allo stadio di polipo giovanile e ricomincia il suo ciclo vitale dall’inizio. È, biologicamente parlando, immortale. Non è l’unica: le cellule staminali di alcune specie sembrano prive di senescenza, i tardigradi sopravvivono a condizioni che farebbero piazza pulita di qualsiasi altro essere vivente. Eppure la stragrande maggioranza degli animali complessi invecchia e muore, con un calendario biologico che sembra quasi programmato.
L’evoluzione di solito mantiene i tratti che aumentano la sopravvivenza. Allora perché ha selezionato la morte? Una spiegazione: l’evoluzione non “vede” oltre l’età riproduttiva. Un gene che ti fa morire a sessant’anni è invisibile alla selezione se hai finito di riprodurti a trent’anni. Un’altra spiegazione, più intrigante è che la morte degli individui potrebbe essere utile alla specie, che così può fare spazio alle generazioni successive e aumentare la diversità genetica. Ma la selezione naturale agisce principalmente sull’individuo, non sulla specie. Il perché della morte biologica programmata è ancora uno dei grandi rebus irrisolti, e capirlo potrebbe trasformare la medicina radicalmente. E infatti in molti ci stanno provando, a suon di investimenti multimilionari.
16. La vita nell’universo era inevitabile o è un miracolo statistico?
Da un lato ci sono gli ottimisti: l’universo contiene esattamente gli elementi giusti per la chimica organica, la stella giusta per riscaldare i pianeti alla giusta distanza, l’acqua liquida che sembra essere un solvente universale per le reazioni biochimiche. La vita, in questo scenario, è quasi un’inevitabilità termodinamica, un modo dell’universo di elaborare energia in forme sempre più complesse. Il chimico russo Aleksandr Oparin pensava qualcosa del genere già negli anni Venti.
Dall’altro lato ci sono i pessimisti della probabilità: la sequenza di eventi che ha portato dalla chimica prebiotica alla prima cellula, e da quella cellula agli eucarioti, e da quelli agli animali complessi, e da questi agli esseri senzienti, è talmente improbabile che potrebbe essersi verificata una volta sola in tutto l’universo osservabile. Nick Lane, biochimico di Oxford, sostiene che il salto dalle cellule procariotiche a quelle eucariotiche sia stato un evento unico di complessità straordinaria che potrebbe non essere mai avvenuto altrove. Se ha ragione, siamo più soli di quanto immaginiamo, e l’universo è pieno di pianeti con batteri e niente più.
17. Cosa dicevano i libri perduti di Alessandria?
La Biblioteca di Alessandria è stata la più grande concentrazione di conoscenza umana mai riunita in un solo luogo. Nelle stime più generose conteneva mezzo milione di rotoli: testi di matematica, medicina, filosofia, storia, astronomia, poesia, provenienti da tutto il mondo antico. Non è bruciata tutta in una notte, come vuole il mito, ma è andata perduta gradualmente, attraverso secoli di trascuratezza, guerre, saccheggi, la sostituzione del papiro con la pergamena. Ma quello che è andato perduto è, comunque, devastante.
Sappiamo che esistevano opere di Aristotele che non abbiamo mai letto. Eratostene aveva calcolato la circonferenza della Terra con una precisione straordinaria: cosa sapeva ancora? Aristarco di Samo aveva proposto che la Terra girava attorno al Sole diciotto secoli prima di Copernico: cosa aveva scritto di più? Ci sono testi medici, testi di ingegneria, forse cronache di civiltà di cui non sappiamo quasi niente. È impossibile quantificare quello che non sappiamo di non sapere. Forse eravamo già avanti di secoli su certi fronti, e la perdita di quella conoscenza ha rallentato la storia umana in modi che non potremo mai calcolare.
18. Chi ha costruito Göbekli Tepe, e perché?
Nel 1994, su una collina della Turchia sud-orientale, gli archeologi hanno portato alla luce qualcosa che ha costretto a riscrivere la preistoria. Göbekli Tepe è un complesso monumentale di pilastri a forma di T, decorati con rilievi di animali, disposti in cerchi concentrici. Ha circa 12.000 anni: è più antico di Stonehenge di sette millenni, più antico delle prime città conosciute di quattro millenni. E a costruirlo, secondo le evidenze disponibili, erano cacciatori-raccoglitori nomadi, gruppi umani che secondo il modello classico non avrebbero dovuto avere né la struttura sociale né i mezzi tecnici per costruire qualcosa del genere.
Come ci sono riusciti è già affascinante: i pilastri pesano decine di tonnellate, sono stati scolpiti, trasportati e eretti con una tecnologia che non avrebbe dovuto esistere. Ma la domanda più intrigante è il perché. Göbekli Tepe non era un insediamento, poiché non ci sono tracce di abitazioni permanenti e non sono stati rinvenuti focolari domestici. Sembra un luogo di raduno rituale, un santuario, un posto dove la gente convergeva da vaste aree per ragioni che non possiamo capire.
Alcuni archeologi hanno suggerito che sia stato proprio Göbekli Tepe a dare il via all’agricoltura: le comunità che si riunivano qui avevano bisogno di cibo in grandi quantità, e questo avrebbe spinto alla coltivazione sistematica dei cereali. Se fosse così, un edificio religioso misterioso avrebbe generato la civiltà umana. Ma è un’ipotesi, soltanto un’ipotesi.
19. Perché le civiltà collassano?
Roma è durata secoli, poi è scomparsa. I Maya hanno costruito città-stato sofisticate con astronomia, scrittura e architettura monumentale, poi quasi da un giorno all’altro hanno abbandonato le loro metropoli. La Civiltà della Valle dell’Indo, con le sue città pianificate con fognature e sistemi idrici avanzati, è evaporata. I Micenei, i Minoici, i Khmer, gli Anasazi. Ogni grande civiltà sembra avere un ciclo, un’ascesa e un collasso, e ogni collasso quando viene studiato da vicino appare al tempo stesso inevitabile e sorprendente.
Jared Diamond ha sostenuto che il collasso è quasi sempre il risultato di fattori ambientali: deforestazione, siccità, impoverimento del suolo. Arnold Toynbee vedeva invece pattern storici strutturali, cicli di sfida e risposta che le civiltà a un certo punto non riescono più a gestire. Peter Turchin usa modelli matematici e trova regolarità nei dati storici che suggeriscono qualcosa di quasi meccanico. Eppure ogni collasso, guardato da vicino, ha la sua unicità irriducibile, la sua combinazione di fattori che non si ripete esattamente altrove. Forse non c’è una legge universale del collasso. O forse la legge c’è, e non siamo ancora abbastanza intelligenti da vederla.
20. Cosa pensavano davvero i nostri antenati preistorici?
Abbiamo le loro ossa, i loro strumenti di pietra, le ceneri dei loro fuochi. Abbiamo i loro ornamenti, le ocre rosse che usavano forse per dipingersi, le conchiglie che portavano lontano dal mare come amuleti. Abbiamo le pitture sulle pareti delle caverne, quei bisonti e quei cavalli magnifici di Lascaux e di Altamira, quegli stencil di mani che sono forse la firma più antica dell’umanità. Ma la vita interiore di quegli esseri, i loro sogni, i loro amori, le loro paure, i loro miti, il modo in cui capivano il mondo: tutto questo è per sempre inaccessibile.
Un paleontologo può dirti la struttura del cranio di un Homo sapiens di 40.000 anni fa, e quel cranio è identico al nostro. Lo stesso cervello, la stessa capacità computazionale, la stessa struttura neurologica. Eppure quel cervello operava in un contesto radicalmente diverso, senza linguaggio scritto, senza città, senza le categorie cognitive che per noi sono scontate come “storia” o “futuro”. Pensavano come noi, ma con un software diverso? O il software era lo stesso, e solo i dati erano diversi? Non lo sapremo mai. I nostri antenati preistorici ci guardano dalle pareti delle caverne in silenzio, e il loro silenzio è irreversibile.
21. Come è nato il linguaggio?
Il linguaggio è il grande salto evolutivo dell’umanità: più degli strumenti, più del fuoco, più dell’agricoltura. Senza linguaggio non ci sono miti, non ci sono religioni, non ci sono leggi, non ci sono scienze. Il linguaggio è la struttura portante di tutto quello che chiamiamo cultura umana. Ma non lascia fossili. Nessun reperto di pietra può dirci quando i nostri antenati hanno cominciato a usare suoni articolati con significato, né come quell’uso si sia trasformato in grammatica, in sintassi, nella struttura combinatoria che permette di esprimere pensieri infiniti con un numero finito di parole.
Le ipotesi si moltiplicano e nessuna convince fino in fondo. Il linguaggio potrebbe essere emerso gradualmente dalla comunicazione gestuale, potrebbe essere stato accelerato dalla pressione sociale della vita in gruppi complessi, potrebbe essere il prodotto di una mutazione genetica nel gene FOXP2 che regola il controllo motorio della bocca. Noam Chomsky sostiene che esiste una “grammatica universale” innata, una struttura cognitiva presente in tutti gli esseri umani e assente in tutte le altre specie. Ma l’origine di quella struttura è ancora avvolta nel mistero. Sappiamo più o meno quando l’uomo ha cominciato a dipingere nelle caverne, circa 40.000 anni fa. Non sappiamo quando ha cominciato a parlare.
22. Il linguaggio crea la realtà o la descrive?
Il linguista Edward Sapir e il suo studente Benjamin Lee Whorf proposero una delle idee più radicali del Novecento: che la lingua che parliamo non si limita a descrivere il mondo, ma plasma attivamente il modo in cui lo percepiamo e lo pensiamo. La versione forte di questa ipotesi, quella per cui parlare lingue diverse significa letteralmente vedere mondi diversi, è stata a lungo screditata come eccessiva. Ma le versioni più moderate hanno ricevuto sostegno sperimentale sorprendente.
Lera Boroditsky, psicologa cognitiva di Stanford, ha mostrato che il modo in cui una lingua gestisce il tempo, lo spazio e la causalità influisce (in modo misurabile) sulla cognizione dei suoi parlanti. Il popolo Kuuk Thaayorre dell’Australia usa coordinate cardinali assolute invece di destre e sinistre relative, dicendo sempre “c’è un ragno al “tuo sud-est” invece di “c’è un ragno sul tuo piede destro”. I parlanti di questa lingua hanno un senso dell’orientamento straordinario e concettualizzano il tempo in modo spazialmente diverso dagli occidentali. Se il linguaggio modella davvero il pensiero in modo profondo, allora le lingue che scompaiono portano con sé non solo parole ma interi modi di essere nel mondo.
23. Perché esiste la musica?
Ogni cultura umana conosciuta, senza eccezione, produce musica. Culture che non hanno mai avuto contatto tra loro, sviluppate su continenti diversi in ere diverse, hanno tutte inventato strumenti musicali, canti, ritmi, melodie. Questo tipo di universalità culturale di solito segnala qualcosa di profondo: un bisogno radicato nella biologia umana, un adattamento evolutivo. Ma a cosa adatta, la musica? Qual è la sua funzione?
A questo proposito ho da poco fino la lettura de Il canto degli antenati di Steven Mithen che esplora benissimo l’argomento.
Darwin era perplesso. Non riusciva a trovare una funzione evolutiva ovvia e scrisse che la musica era “tra le più misteriose facoltà” dell’essere umano. Da allora le teorie si sono accumulate: la musica rafforza il legame sociale nei gruppi, come una forma di grooming vocale di massa. La musica potrebbe essere stata strumento di corteggiamento sessuale, come il canto degli uccelli. La musica potrebbe essere un sottoprodotto accidentale di adattamenti cognitivi sviluppati per altri scopi, un “cheesecake uditivo” come lo ha chiamato provocatoriamente Steven Pinker. Eppure qualcosa in questa ultima spiegazione sembra insufficiente, incapace di rendere conto della potenza con cui una melodia può ridurci in lacrime, restituirci un ricordo perduto, farci sentire parte di qualcosa di grande.
24. Perché esiste l’arte?
Sulla parete di una grotta nella Sierra de Atapuerca, in Spagna, c’è una linea rossa tracciata da una mano umana circa 65.000 anni fa. Non da un Homo sapiens: da un Neanderthal. La necessità di creare qualcosa di visivamente significativo, di marcare la propria presenza con un segno intenzionale, potrebbe essere più antica della nostra specie. E questo rende la domanda ancora più affascinante: cosa spinge un primate a dedicare energie, tempo e risorse alla creazione di qualcosa che non lo sfama, non lo riscalda, non lo difende dai predatori?
Le ipotesi evolutive si sovrappongono a quelle psicologiche e filosofiche. L’arte come comunicazione, come modo di trasmettere informazioni complesse attraverso le generazioni. L’arte come segnalazione di “prestanza cognitiva”, un equivalente umano della coda del pavone: “guarda quanto sono capace, quanto sono arguto”. L’arte come pratica di simulazione cognitiva, come il cervello allena la sua capacità di costruire modelli del mondo. Ma nessuna di queste spiegazioni cattura davvero il momento in cui ci si ferma davanti a una manifestazione artistica e si sente qualcosa di viscerale che ci lega come specie.
25. La matematica viene scoperta o inventata?
I numeri esistevano prima che qualcuno li scoprisse, o sono stati inventati dalla mente umana come strumento per modellare il mondo? La domanda sembra astratta e oziosamente filosofica. In realtà ha implicazioni cosmiche. Se la matematica non è una “scoperta” ma esiste indipendentemente da noi, allora c’è un regno di oggetti astratti che esistono al di fuori della materia e dello spazio-tempo: i numeri, le funzioni, le equazioni vivono da qualche parte in un universo platonico senza massa né energia. Se invece è inventata, allora è straordinariamente misterioso il fatto che le invenzioni della mente umana descrivano con precisione assoluta il comportamento fisico dell’universo. Non trovi?
Eugene Wigner, fisico premio Nobel, nel 1960 scrisse un saggio leggendario intitolato L’irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali. Il punto di Wigner era semplice e perturbante: i matematici sviluppano strutture astratte per ragioni puramente estetiche, senza alcun riferimento al mondo fisico. E poi i fisici scoprono che quelle strutture descrivono perfettamente fenomeni naturali che non erano stati ancora osservati.
Ad esempio, le equazioni di Riemann, sviluppate nel XIX secolo come geometria pura astratta, sono esattamente le equazioni di cui Einstein aveva bisogno per descrivere la curvatura dello spazio-tempo. Come è possibile? È una coincidenza, una proprietà della mente umana, o un indizio che la realtà, in fondo in fondo, è matematica?
26. C’è qualcosa “oltre” la realtà osservabile?
La meccanica quantistica è la teoria fisica più precisa mai formulata: le sue previsioni sono state verificate sperimentalmente con un’accuratezza di una parte su dieci miliardi. È la descrizione più profonda della realtà a livello sub-atomico che abbiamo. Eppure nessuno capisce davvero cosa significhi. Le particelle esistono in sovrapposizione di stati finché non vengono osservate. Gli entanglement collegano particelle a qualsiasi distanza istantaneamente. E il gatto di Schrödinger, è vivo o morto?
Cosa sta realmente succedendo “sotto” questi fenomeni? L’interpretazione di Copenaghen dice che non c’è nulla da capire: la matematica funziona, smettete di fare domande. L’interpretazione a molti mondi dice che tutte le possibilità si realizzano in rami dell’universo che si dividono continuamente. L’interpretazione a variabili nascoste di De Broglie-Bohm dice che c’è una realtà deterministica sottostante che non vediamo. Tutte e tre fanno le stesse previsioni sperimentali. Tutte e tre sono compatibili con tutti i dati disponibili. Non sappiamo quale sia giusta, e forse non lo sapremo mai, perché potremmo non avere strumenti per vedere al di là di ciò che la meccanica quantistica ci permette di vedere.
27. Perché proviamo piacere estetico?
I brividi che percorrono la schiena quando una musica ci sorprende con una risoluzione armonica inaspettata. La sensazione di conforto davvero strana che prova un lettore arrivando all’ultima riga di un romanzo perfetto. Il modo in cui certi paesaggi, certe luci, certe proporzioni architettoniche producono qualcosa che non è esattamente emozione ma le assomiglia moltissimo. Cosa sono questi stati? Da dove vengono? Perché un primate dovrebbe avere un sistema neurologico capace di essere rapito dalla bellezza?
I neurologi hanno scoperto che l’ascolto di musica che ci dà i brividi attiva il sistema dopaminergico, lo stesso coinvolto nel piacere del cibo, del sesso e delle droghe. Il bello produce una risposta di ricompensa nel cervello. Ma questo spiega il meccanismo, non il perché. Perché il cervello ha imparato a ricompensarsi con la bellezza? Forse il senso estetico è un sottoprodotto di altri sistemi cognitivi, come il riconoscimento di pattern o la capacità di modellare strutture complesse. Forse è qualcosa di più. La filosofia dell’estetica è antica quanto la filosofia stessa, e la domanda fondamentale è ancora lì, intatta, nella sua bellezza problematica.
28. Perché ridiamo?
Il riso è uno dei comportamenti più universali della specie umana, ed è anche uno dei più misteriosamente inutili. È involontario, è contagioso, è difficilissimo da simulare in modo convincente. I bambini ridono centinaia di volte al giorno, molto di più degli adulti. Alcune scimmie producono qualcosa che assomiglia al riso durante il gioco. Ma nessuna specie ride come noi, e nessuna delle spiegazioni che abbiamo per il riso è davvero soddisfacente.
Henri Bergson dedicò un intero saggio al riso nel 1900, sostenendo che ridiamo di ciò che è meccanico, rigido, automatico in un contesto dove ci aspettiamo flessibilità umana. Freud pensava che il riso fosse un modo di scaricare tensione psichica legata a contenuti repressi. Le teorie moderne tendono a vedere il riso come un segnale sociale: ride chi percepisce una incongruenza e la risolve, segnalando al gruppo che la situazione è sicura, che non c’è pericolo. Ma niente di tutto questo spiega davvero perché una battuta possa fare lacrimare, perché il riso sia così difficile da controllare, perché alcune commedie attraversino i millenni intatte nel loro potere di farci ridere.
29. Perché culture senza contatto hanno mitologie quasi identiche?
Il diluvio universale non è solo nella Bibbia. Compare nella storia di Gilgamesh, in Babilonia, tremila anni prima di Cristo. Compare nei miti indù, nelle tradizioni dei nativi americani, nelle cosmogonie dei popoli della Melanesia. La storia dell’eroe che scende agli inferi e torna compare in Gilgamesh, in Orfeo, in Odisseo, nell’Amleto in forma medievale. Il motivo della lotta cosmica tra luce e buio, ordine e caos, è presente in quasi tutte le religioni conosciute. Come è possibile questa convergenza tra culture che non hanno mai comunicato?
Su questo argomento ho scritto un’intero saggio intitolato L’uomo fece l’universo a sua immagine e somiglianza. Lo trovi qui.
Le spiegazioni sono affascinanti e plurali. Carl Gustav Jung propose l’inconscio collettivo: strutture psichiche profonde, gli archetipi, che sarebbero condivise da tutta l’umanità perché radicate nella biologia della mente. Joseph Campbell parlava di “monomito”, una struttura narrativa fondamentale che emerge da bisogni psicologici universali. I neuroscienziati contemporanei cercano queste strutture nelle architetture neurali del cervello umano: forse certi pattern narrativi sono così potenti perché si adattano esattamente al modo in cui il cervello elabora le informazioni. O forse alcune storie, come il diluvio, conservano memorie di eventi reali, catastrofi geomorfologiche che hanno colpito le popolazioni umane nel tardo Pleistocene. Probabilmente è tutto questo insieme, e qualcos’altro ancora che non abbiamo ancora capito.
In chiusura
Rileggendo questi ventinove misteri, colpisce una cosa: quasi nessuno di essi è nuovo. L’umanità se li porta dietro da millenni, da quando ha cominciato a fare domande attorno ai fuochi. Quello che è cambiato, nel corso dei secoli, è la precisione con cui riusciamo a formulare le domande. Sappiamo esattamente dove collassano le nostre equazioni, sappiamo esattamente dove finisce la nostra capacità di osservare, sappiamo esattamente il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo. Tuttavia, questo stesso confine è già un grandioso traguardo, e uno dei prodotti più straordinari della conoscenza umana.
Non sapere, quando il non sapere è consapevole e preciso, è già una forma di sapere. E vivere con le domande, tenerle aperte, non smettere di meravigliarsi di fronte all’abisso: forse è questo, alla fine, la cosa più specificamente umana di tutte.
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