Come diventare più interessanti in 7 mosse
O, come direbbero i miei nipoti, come aumentare i propri punti aura.
Hai visto che titoletto alla GQ che ti ho sfornato?
Oggi niente filosofia, niente abissi interiori, niente riflessioni da tenere sul comodino. Oggi si sgrava sulla rubrica del TG Costume e Società che fa da sottofondo all’abbiocchino post-prandiale delle giornate estive. Possiamo metterci sotto un gazebo con qualcosa di fresco in mano, possiamo guardarci attorno e familiarizzare con le ombre del mondo che sembrano volerci accarezzare le gambe e possiamo metterci a parlare di quelle cose lì: fare colpo, piacere, lasciare il segno.
Ho pensato che ogni tanto, a questo maledetto ego, bisogna pur dare un po’ di carota, dopo tutte le bastonate che si prende. E allora parliamo di come diventare più interessanti, o come direbbero i miei nipoti, di come aumentare i punti aura.
1. Sii te stesso o te stessa
Partiamo subito con le banalità, che tuttavia non vanno sottovalutate. Non puoi essere interessante senza una vera autenticità: le copie interessano solo ad altre copie. Funziona così: chi non riesce ad accaparrarsi l’originale, ripiega sulla riproduzione in serie.
Dico, se essendo te stesso o te stessa non risulti interessante per un certo gruppo, un certo ambiente, una certa frequentazione, significa una cosa sola: non fanno per te. Fattene una ragione. Il mondo è vasto e le persone giuste (per te) esistono.
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2. Smetti di parlare e inizia ad ascoltare
Viviamo in una società che parla sopra se stessa. Tutti pronti a rispondere ancora prima che l’altro abbia finito, tutti impegnati a costruire la battuta successiva mentre l’altro sta ancora cercando le parole. Fare domande, invece, è un atto di gentilezza e cura. E poi le persone, quando si sentono finalmente ascoltate, si aprono con una generosità sorprendente, tirando fuori lati nascosti che nemmeno rivelano alla psicoterapeuta. Non fermarti al primo livello della conversazione, fai sempre la seconda domanda, indaga e incuriosisciti, senza essere troppo invadente, mi raccomando. Lascia che siano gli altri ad aprirsi e a rivelarsi.
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3. Presta attenzione al contesto in cui ti trovi
La specificità è sempre più interessante della generalità. Impara a notare dove sei: i dettagli della luce, la musica di sottofondo, il taglio di capelli nuovo di chi ti sta davanti, l’atmosfera che cambia mentre il sole scende. Un commento calato nel qui e ora, in quel momento preciso e irripetibile, vale dieci complimenti generici messi in fila.
Quando ho conosciuto la mia ragazza, eravamo sul bordo del fiume Po a Torino. Su un’improvvisata gondola sabauda, transitavano due turisti intenti a banchettare, e un gondoliere. Così, dal nulla, dato che volevo attaccare bottone, le ho chiesto: “Ma secondo te stanno già facendo cena o si stanno facendo uno spritz?” Non la conoscevo. Non sapevo nemmeno come si chiamasse. Ma quella domanda era così specifica, così ancorata a quello che avevamo entrambi davanti agli occhi, che non poteva fare altro che rispondermi, e da lì la conversazione è partita da sola. I dettagli sono ponti. Usali.
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4. Diventa uno specialista in qualcosa che ti ossessiona
Su qualunque cosa, sul serio. La bellezza della specializzazione non sta nel campo scelto ma nella profondità raggiunta e nelle connessioni inattese che ne derivano. Un esperto di calendari medievali può spiegare perché il mondo occidentale ha perso undici giorni nel 1582 e da lì arrivare al calcolo delle pasque, alla riforma gregoriana, alle sommosse politiche che ne seguirono. Un appassionato di fermentazione spontanea può parlare di lambic belgi e finire per spiegare la biodiversità microbica dell’aria di Bruxelles. Un collezionista di cartine geografiche ottocentesche vive in un universo di confini che non esistono più, di nomi di città cancellati dalla storia, di mari abitati da mostri e di terre inesplorate popolate da belve feroci, che i cartografi dipingevano per paura del vuoto. Hic sunt leones! Un sommelier di acque minerali conosce la geologia sotterranea di tre continenti e può distinguere una sorgente alpina da una vulcanica con un sorso solo.
La specializzazione diventa irresistibile nel momento in cui smette di essere enciclopedia e diventa immersione. Se hai un’opinione non pre-masticata, non presa in prestito da qualcun altro, su qualcosa che conosci davvero bene: quella è la vera calamita che attira a te le persone.
➡️ una delle mie specializzazioni è, senza dubbio, Franco.
5. Sappi cosa ti piace cosa NO
Qual è il tuo libro preferito? Il film che hai visto più volte? Il cocktail che ordini quando vuoi sbronzarti velocemente? Il periodo storico in cui vorresti vivere? Il colore che usi ovunque senza accorgertene? Il museo in cui vorresti farti chiudere dentro? La pizza che ordini senza guardare il menu? Il gioco da tavola con cui adori rovinare le amicizie? Il podcast che consigli a chiunque ti chieda di consigliarli un bel podcast?
Su quelle cose lì potresti parlare per ore senza stancare nessuno, perché l’entusiasmo autentico è contagioso. Puoi trascinare qualcuno nella tua ossessione per il cinema di Godard e i suoi jump-cut che sembravano sbagliati, o per i vini del Monferrato che non vengono mai considerati quanto quelli delle Langhe, oppure farti trascinare nelle loro, di ossessioni, e scoprire mondi nuovi che sono pronti a inghiottirti. Le preferenze precise, espresse senza timidezza, sono la firma di una personalità. La mancanza di gusto, al contrario, è la condanna infausta all’indifferenza altrui.
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6. Non nascondere le tue stranezze
Le imperfezioni sono le tue uniche caratteristiche inalienabili. Tutto il resto si può imitare, si può comprare, si può acquisire. La tua particolare paura dei piccioni, la tua incapacità di finire una serie senza auto-spoilerarti il finale, la tua tendenza a perdere le chiavi esclusivamente nei giorni di pioggia, la tua necessità di dormire dalla parte del letto più lontana dalla porta così se entra un ladro uccide prima l’altro: queste cose ti rendono irripetibile, e c’è qualcuno là fuori che ti adorerà precisamente per esse.
Si tratta, in fondo, di un filtro. Il mondo è pieno di persone e non è possibile piacere a tutte. Meglio essere insopportabili per le persone sbagliate e irresistibili per quelle giuste. La versione levigata e senza spigoli della tua personalità è quella che non ricorderà nessuno.
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7. Costruisci il tuo arsenale di aneddoti sfiziosi
Quando le vibes della serata si affievoliscono è opportuno avere qualche storiella pronta per raddrizzarle. Pezzi di racconti e aneddoti, che hai collezionato scrupolosamente durante i tuoi viaggi o i tuoi studi, in grado di riaccendere la curiosità.
Eccone qualcuna da rubare liberamente.
Se c’è una candela accesa sul tavolo: l’espressione il gioco non vale la candela viene dal Seicento, quando le candele erano così preziose che bisognava calcolare se il guadagno di una partita a carte valesse almeno il costo di tenerle accese.
Se non sapete come cavolo far proseguire la serata e urge prendere una decisione immediata: dovete tagliare la testa al toro. Un aneddoto che risale al 1162, quando il Patriarca di Aquileia tentò una rivolta contro la Repubblica di Venezia. Il Doge Vitale Michiel II soffocò la ribellione e impose un tributo umiliante: ogni anno, il giovedì grasso, Aquileia doveva inviare a Venezia un toro e dodici maiali. I veneziani organizzavano una cerimonia pubblica in Piazza San Marco in cui un fabbro, con un solo colpo di spada, decapitava il toro, chiudendo così definitivamente (e simbolicamente) la contesa.
Se qualcuno sparisce dalla tavola senza avvisare: la celebre espressione piantare in asso ha diverse interpretazioni. Quella più suggestiva, ma probabilmente falsa, è l’origine che la fa risalire al mito greco di Teseo e Arianna. Dopo che Arianna aiutò Teseo a fuggire dal labirinto del Minotauro, l’eroe la portò con sé ma poi la abbandonò, mentre dormiva, sull’isola di Nasso. Inizialmente si diceva “piantare in Nasso”, che nell’uso parlato si è poi contratto e confuso in “piantare in asso”.
Se qualcuno riesce in qualche modo ad entrare senza pagare: ha fatto il portoghese. Una frase che nasce a Roma nel Settecento, quando l’ambasciatore del Portogallo, per celebrare un evento dinastico, affittò il Teatro Argentina e comunicò che tutti i cittadini portoghesi residenti a Roma sarebbero potuti entrare gratuitamente, semplicemente dichiarando la propria nazionalità all’ingresso. Molti romani, fiutando l’affare, finsero l’accento o si spacciarono per lusitani pur di entrare gratis.
Quando qualcuno invece se ne approfitta per guadagnarci: ama fare la cresta. L’origine non c’entra nulla con i polli, ma con l’agricoltura. Deriva dalla frase “fare l’agresto”. L’agresto era un condimento dal sapore acidulo ottenuto dall’uva non ancora matura. I contadini, durante la vendemmia, mettevano da parte un po’ di quest’uva di nascosto dal padrone per produrre e vendere in proprio l’agresto. Da “fare l’agresto” si è passati, per assonanza popolare, a “fare la cresta”, ovvero intascare una percentuale illecita sui soldi altrui.
Quando qualcuno si lamenta di non aver dormito, ha passato la notte in bianco: ovvero una di quelle notti insonni che risalgono al Medioevo e alla cerimonia di investitura dei cavalieri. La sera prima di ricevere il titolo infatti, il futuro cavaliere doveva sottoporsi a un rito di purificazione: faceva un bagno, indossava una lunga tunica completamente bianca (simbolo di purezza) e passava l’intera notte sveglio, in chiesa, a vegliare le proprie armi pregando e digiunando.
Se infine il conto della cena è particolarmente salato, allora è costato un occhio della testa: un modo di dire con origini cinquecentesche letteralmente legato alla perdita di un occhio. Il conquistador spagnolo Diego de Almagro partecipò a un assedio contro una fortezza inca nel 1524. Durante lo scontro, una freccia lo colpì accecandogli un occhio. Più tardi, presentandosi al cospetto dell’Imperatore Carlo V per chiedere un risarcimento o un riconoscimento per i sacrifici fatti, si narra abbia pronunciato la frase: “Difendere gli interessi della Corona mi è costato un occhio della testa”.
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